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Ci siamo finora astenuti dal commentare gli spettacolari rinvenimenti di Anfipoli (Macedonia orientale), ma adesso, dopo che da Fig, 1mesi un’intera nazione sta con il fiato sospeso ed attende la prosecuzione degli scavi con la stessa ansia con la quale, in genere, si aspetta il risultato della partita di calcio della squadra del cuore, è tempo di dire qualcosa.

Proviamo innanzi tutto a riassumere le puntate precedenti. E’ stato detto e scritto di tutto, di più. Se ne deduce che l’archeologia (questa Cenerentola del mondo accademico), in realtà, è ancora assolutamente capace di catturare, anche per mesi, l’attenzione dei media. E non solo dei media fig. 2di una piccola nazione come la Grecia, perché le notizie sui rinvenimenti di Anfipoli sono rimbalzate sui quotidiani e sulle televisioni di tutto il mondo. Se ne deduce altresì che la buona vecchia etica professionale, quella che vorrebbe che prima di parlare, di rilasciare interviste, di lanciarsi in ipotesi bizzarre ancorché infondate, l’archeologo abbia studiato, abbia letto, abbia fatto riscontri bibliografici, sta a zero.

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In un accorato appello, circolato oggi via mail tra gli studiosi del mondo classico, sono state rese note le decisioni prese ieri dal La sede diell'Istituto archeologico svedese, ad Atenegoverno svedese. Dal 2017 gli Istituti archeologici svedesi di Atene, Roma ed Istanbul non avranno più finanziamenti statali. Dal momento che tali Enti hanno finora goduto di finanziamenti pubblici, sarà molto difficile -per non dire impossibile- che riescano ad organizzarsi e a sopravvivere. Si lamenta inoltre come la decisione, un vero e proprio colpo mortale all’educazione ed agli studi classici del paese nordico, sia stata presa in modo del tutto unilaterale ed in totale assenza di consultazioni.

Gli istituti svedesi chiedono a tutti di sottoscrivere la petizione:

http://www.namninsamling.com/site/get.asp?Medelhavsinstitut#.VElipDs-IkA.facebook

Con preghiera di massima diffusione.

Noi che tante volte abbiamo lanciato appelli e petizioni per difendere le Istituzioni italiane non possiamo non essere solidali.

Con una chiosa che potrà sembrare anche banale. Come evidente, data la ricchezza della Svezia, non è certo la crisi economica a poter essere chiamata in causa come responsabile della chiusura di tali prestigiose istituzioni culturali che operano in tutto il Mediterraneo. E’ piuttosto la cultura classica in quanto tale, ad avere capitolato e a vedersi rottamata.

19Roma festeggia il bimillenario di Augusto, ma il Mausoleo resta chiuso“. Questo il titolo di un’Ansa di ieri, seguita oggi a ruota dal Giornale. Pare quasi un autogol del ministro Franceschini, visto che gli articoli sono usciti a seguito della conferenza stampa per presentare le molte iniziative statali in occasione del bimillenario dalla morte dell’imperatore Augusto. Ce l’ha messa tutta la soprintendente Mariarosaria Barbera, alla conferenza, a spiegare che il Mausoleo è di pertinenza comunale, e dunque la domanda non doveva essere rivolta a lei ma al sindaco Marino. Ma purtroppo noi gente comune fatichiamo a capire perché ci viene sbandierata una conferenza sul “Bimillenario Augusteo” dove non si parla neppure del Mausoleo. Fatichiamo a credere che, dopo decenni passati a mettere in piedi costosissimi “comitati per le celebrazioni” di pinco pallini qualsiasi, ora l’Italia non abbia avuto il tempo di pensare a colui che, di fatto, l’Italia ha creato e l’ha resa padrona del mondo.

Così ora le iniziative non mancano, ma manca un coordinamento, una cabina di regia che tutto unisca nel nome di Augusto, che spinga il mondo intero a venire quest’anno in Italia, e in particolare a Roma, per ammirare la Roma di Augusto. La città che egli ricevette di mattoni e lasciò di marmo. Dovremmo essere sommersi – adesso e non in autunno – da gente che segue itinerari augustei in lungo e in largo per la città. E invece non c’è nulla neppure un volantino. E poi parliamo di voler incentivare il turismo… Continua a leggere »

Porta d'accesso a Gla, foto di F. Polacco

Porta d’accesso a Gla, foto di F. Polacco

Una bella sorpresa in Beozia: la racconta Fabrizio Polacco su Osservatorio dei Balcani. I cittadini di un paesino, riuniti in un sillogo (più o meno il corrispondente della nostra Pro Loco), hanno deciso di curare loro il vicino sito archeologico, vista l’assenza delle autorità competenti. Prima si sono rivolti a tutti: comune, regione, ministero della cultura e del turismo, ma in tempi di crisi nessuno era in grado di fare alcunché. Così si sono rimboccati le maniche, ciascuno ha offerto qualcosa, e ora si può passeggiare comodamente tra sentieri e rovine non solo dell’antica acropoli di Akrefnio, il paese “virtuoso”, ma anche del vicino santuario di Apollo Ptoo e tra le mura della cittadella micenea di Gla. Lì è tutto pulito o ordinato come non era mai stato: Polacco narra di esservi passato una decina di anni fa ma di non aver potuto visitare nulla perché i siti erano inaccessibili.

Ecco cosa può fare una comunità, se lo vuole davvero, e se c’è qualcuno capace di indicare a tutti un obiettivo utile: può curare la manutenzione ordinaria delle vestigia del proprio passato, e guidare i viandanti e raccontare loro le storie antiche e moderne com’è accaduto a Polacco. Una comunità può sentire le rovine antiche come proprie perché parte della propria storia, e sentire il dovere di conservarle, tenerle pulite o ordinate al pari della piazza del paese o delle case. Può capire che non c’è differenza tra antico e moderno perché è tutto “casa”, ambito della propria vita. In questi luoghi meravigliosi l’archeologia, o l’antico in generale, “fa” la comunità, crea in tutti senso di appartenenza e una missione comune. Non sono pochi, questi luoghi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Ma sono ancora troppo pochi per salvare e dare un senso a tutte le nostre antiche beltà.

Fr._Paolo_Dall'Oglio,_Deir_Mar_Musa

Il Vangelo propone una logica di speranza. La logica del Regno di Dio è la logica della carità in tutto e nonostante tutto. Tutto ciò che procede in questa logica – è la nostra speranza – è più forte della morte, partecipa già al Regno eterno”.

Non serve essere credenti per accogliere queste parole di Padre Paolo Dall’Oglio, vergate su un cartoncino con la sua immagine. Non erano tutte credenti le persone che ieri sera si sono raccolte a Roma nella chiesa di San Giuseppe sulla Nomentana, ma anche in molte altre chiese del mondo, a pregare per Paolo a un anno dalla sua scomparsa, e per tutti coloro che soffrono a causa delle guerre. E’ stato un momento di grandi ricordi e grandi emozioni per tutti: nessuno ha parlato ma ciascuno coltivava il proprio personale ricordo di Paolo, e chiedeva in cuor proprio quel che i suoi familiari hanno chiesto nel recente appello: “Chiediamo ai responsabili della scomparsa di un uomo buono, di un uomo di fede, di un uomo di pace, di avere la dignità di farci sapere della sua sorte. Vorremo riabbracciarlo ma siamo anche pronti a piangerlo“.

Paolo era anzitutto “un uomo di pace“, e per la pace tra le religioni si è trasferito giovanissimo in Medio Oriente perché solo da lì, luogo di tanti conflitti religiosi ma anche di infinite convivenze, potevano nascere la concordia e la pace. In Siria, a Raqqa, era tornato clandestinamente un anno fa per un’opera di mediazione dalla quale non ha fatto più ritorno. Continuiamo tutti a sperare di rivederlo, un giorno, e a sperare di rivedere finalmente in quella terra martoriata un po’ di pace.

Per un caso, qualche ora prima della messa per Paolo ero a Palazzo Venezia a vedere la mostra “Siria splendore e dramma“, che Paolo Matthiae e Francesco Rutelli hanno dedicato alla sorte del patrimonio culturale siriano. Una mostra prevalentemente fotografica che racconta con grande sfarzo la storia antica della Siria e l’importanza dei suoi luoghi storici, anche se a volte con poca chiarezza. Lo sfarzo stride violentemente, poi, con il tema della seconda parte della mostra: le devastazioni che le bellezze siriane hanno subito in questi anni di guerra. E stride ancor più per la limitatezza delle informazioni fornite: ci sono foto e video che chiunque può vedere scorrendo il web, anche se senza le musiche di Ennio Morricone. Non c’è l’informazione vera che può essere solo frutto di ricerca: nell’era del data journalism, questa mostra non è riuscita a fornire neppure dati interessanti, utili, importanti. E’ mera retorica e nulla più. Per fare qualcosa di veramente utile per la Siria, quei soldi si sarebbero potuti spendere in modo diverso, magari per aiutare in qualche modo le vittime vere della guerra, umane o materiali che siano.

Riceviamo da un Collega e volentieri pubblichiamo:

Ne ho contati 404. Tanti sono finora i ricorsi contro l’ASN passati dalla terza sezione del TAR del Lazio nel periodo compreso tra il 10 marzo ed il 19 luglio. Ce ne fig. 1sono altrettanti in attesa e le file di chi aspetta continuano ad ingrossarsi.  E’ forse ancora presto per cercare di tirare qualche somma…Ma noi, pur non essendo pervasi da sacro fuoco per i numeri, proveremo ugualmente a cimentarci.

Le prime ordinanze sono degli inizi di marzo, ma a causa del loro alto numero la 3° Sezione del TAR del Lazio fa oggettiva difficoltà a smaltire il contenzioso ed è in grande ritardo. Per dirla in altri termini, Continua a leggere »

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Si chiama pomposamente “Parco monumentale” ma in realtà è un fazzoletto di terra di dieci metri per venti o forse meno. In pratica c’è solo l’”arca funeraria” che custodirà le presunte ossa del povero Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. E dire presunte è già molto, visto che sono state prelevate da un antico cimitero di Port’Ercole nel 1956 assieme ad altre, e sottoposte oggi a un’analisi del Dna che stabilisce solo una lontana probabilità. Ma il sindaco Arturo Cerulli (Nuovo centro destra) ha voluto crederci, così dopodomani, anniversario della morte del grande pittore, i suoi “resti mortali” saranno deposti con cerimonia e gran festa proprio all’ingresso del paese. Saremo lì a vedere, in prima fila, ma già i preparativi sono uno spasso. Continua a leggere »

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