“La Repubblica” di sabato 14 gennaio 2012, a p.56, ci ha regalato, quale preziosa anticipazione, un brano di Umberto Eco tratto dal nuovo volume dell’Almanacco del Bibliofilo. Oggetto del saggio dell’illustre Maestro è nientedimeno che l’epitaphios logos di Pericle figlio di Santippo per i caduti del I anno della Guerra del Peloponneso “ricostruito” (si badi, è la ricostruzione di uno che quel discorso ha ascoltato) da un certo Tucidide figlio di Oloro, non proprio un seguace fanatico dell’uomo politico, in II, 34-47.
Dopo aver letto il testo di Eco, mi é venuta in mente una vecchia vignetta di Staino nella quale la figlia di Bobo, colpita dall’ignoranza del padre, esclama: “ma papà, su cosa hai studiato la storia romana, su Novella 2000 ?“. Mi viene di pensare, per carità solo per ridere - chi oserebbe mai parlare male di Omero (ma anche il Poeta qualche volta sonnecchia) - che il grande Eco questa volta si sia fatto una bella dormita. Il suo saggio è offensivo e alquanto insulso. Suona, tra l’altro, come una maramaldata di chi spara all’ambulanza. Ormai la Grecia è affondata, demoliamo anche la sua storia, i fondamenti della sua civiltà. La smettano i Greci di scardinare i cabasisi con il fatto che devono stare nell’euro perché hanno salvato l’occidente a Maratona e Salamina.
Per un puro caso, solo poche settimane fa, è uscito il libro di Luciano Canfora, Il Mondo di Atene (Laterza, 2011) che all’argomento dedica pagine non del tutto nuove (Canfora si occupa da una vita del problema), nelle quali ci mette in guardia dal cadere nella trappola di una lettura del testo tucidideo banalmente retorica e romanticamente esaltante la democrazia ateniese. Come se nella politica di Pericle, nella sua condotta e nel discorso stesso, non si intravvedessero quella magagne che abilmente Tucidide veicola per chi ne sa fare una lettura attenta.
Ma da qui al minestrone ce ne corre. Quand’è che smetteremo di fare la storia ateniese con Plutarco? Eco immagina quante migliaia di pagine siano state scritte sull’argomento da storici della Grecia di professione? Caro professore (per il quale continuiamo a nutrire ammirazione profonda non disgiunta da qualche punta di delusione), non si tratta di ridurre la storia greca a una bustina di Minerva.
L’argomento, mi creda, è serio. Vediamo qualche perla, ma solo qualcuna, perché comincio già a provare noia solo a trattare l’argomento. Chi ha detto che il discorso al demosion sema (il cimitero pubblico situato nel sobborgo nord-occidentale di Atene) è una trovata propagandistica di Pericle? Nessuno. Si tratta infatti di un patrios nomos (la legge dei padri). Pericle si vanta di abitare una città che è la scuola dell’Ellade? Per Eco è un populista da Mediaset che dà al popolo ‘circenses’ (non sa se dava pane -sic! e le riforme economiche e monetarie ed il rapporto con la chora, territorio sovrano della polis)? Pinzillacchere… Mi sa che il professor Eco abbia scritto pensando ad un pubblico da Mediaset lui si, tipo Drive in o, meglio ancora, per il Bagaglino!
C’è qualcuno sano di mente che possa contestare la superiorità della cultura ateniese del V secolo? Non è il povero meschinello Plutarco che ci soccorre, ma le fonti contemporanee, caro prof., il teatro (la tragedia e la commedia ateniese è roba da circenses?
Ma mi faccia il piacere) e l’archeologia povera ancilla che tale rimane e sogna sempre (invano) di diventare scienza. E poi l’epigrafia: legga i documenti epigrafici contemporanei e non le ricostruzioni erudite fatte 500 anni dopo. Legga per esempio il bel libro di Giovanni Marginesu, Gli epistati dell’Acropoli. Edilizia sacra nella città di Pericle.447/6-433/2 (Pandemos, Paestum- Atene, 2011). Sarebbe di giovamento (e non solo a Lei, ma anche a chi si ostina a ignorare qualsiasi altra fonte che non sia Tucidide e Senofonte per ricostruire il mondo di Atene). Ma come si fa poi a ignorare la storia al punto da dimenticare che in quel momento (e da un pezzo!) il messaggio è destinato a Sparta. Atene è una città diversa, è una società aperta, meritocratica (per esplicita affermazione dello storico antico e non per interpretatio modernizzante), con una grande mobilità sociale verticale. Ad Atene chi nasce teta può anche emanciparsi, mentre a Sparta se nasci ilota, tale sei destinato a rimanere. Tra le pecche del ‘mafioso’ Pericle (così definito dal Nostro Esegeta) c’è poi quella di non dire che ad Atene c’erano 100.000 schiavi (e sappiamo bene quale incubo siano per gli storici i calcoli demografici in mancanza di dati. Ma Eco è sicuro: gli schiavi erano 100.000, mentre noi poveri scettici dubitiamo, ritenendole esagerate, anche delle stime di Tucidide). Segue una tiritera esilarante persino contro Aristotele, sia il filosofo che l’uomo politico vissuto circa un secolo dopo, rei di non aver seguito Lincoln e Martin Luther King nella sacrosanta lotta per l’abolizione della schiavitù e nella lotta contro l’emarginazione dei meteci.
Il professor Eco consiglia a chi lavora nella scuola una lettura del discorso di Pericle nel senso da lui indicato. Nessun problema, purché i docenti aggiungano come chiosa, dopo aver dato qual testo di riferimento il suo saggio, il celebre e sempre valido ammonimento ne sutor ultra crepidam!
Emanuele Greco, orgogliosamente fazioso, direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene
Il busto di Pericle, la firma di Umberto Eco: gli ingredienti giusti perché l’assidua lettrice di La Repubblica privilegiasse tra gli altri, il giorno 14 di gennaio, – mentre problemi di, come dire, “stringente attualità?” impegnavano l’Italia intera – la lettura dell’articolo dedicato da Eco, appunto, al grande statista ateniese.
Non mi chiedo se le mie considerazioni saranno pubblicate. Quello che veramente vorrei è che La Repubblica, in nome di un sodalizio che dura, per parte mia, da innumerevoli anni, potesse far pervenire queste mie brevi considerazioni a Umberto Eco, Autore fra quelli che hanno segnato il conseguimento della mia autonomia intellettuale fin dai tempi della gloriosa Fenomenologia di Mike Bongiorno e delle riflessioni scritte Dalla Periferia dell’Impero.
È quindi al Maestro che mi rivolgo, con l’affetto di sempre, ma senza rinunciare alla lucidità che anche da lui ho appreso a gestire.
Proprio in nome di questa mi chiedo come sia stato possibile concepire ’articolo in oggetto, privo dei più elementari segni distintivi che dovrebbe differenziare il maître à penser – avvezzo a muoversi tra le maglie della Contestualizzazione – dal divulgatore corrivo, sia pure sapido e fascinoso (?).
A Eco non si richiede un giudizio storico su Pericle, o perlomeno non dalle pagine di un quotidiano – e in effetti da questo ben si guarda – ma facendo leva sulla scorrevolezza della sua penna e sull’ampiezza della sua tastiera egli trova modo di far sì che il Lettore stesso si senta autorizzato a dare un giudizio – politico? storico? – sullo Statista e a ingenerare paragoni con l’Oggi, l’oggi della Cronaca, della Politica… In che modo?
Scomodando,per esempio, categorie lessicali come “populista”…… nessuno scandalo… basta leggere Aristofane per capire quanto gli intellettuali ateniesi fossero ben a conoscenza del fenomeno del populismo, allora – come oggi – ineludibile compresenza accanto ad ogni sistema democratico.
Non è quindi il fatto che Eco evidenzi note di “populismo” nel discorso di Pericle che ci offende, ma ci intristisce, ripeto, la mancanza di contestualizzazione, la verifica della perdita di una lucidità analitica sulla quale molti di noi hanno costruito le proprie idee giovanili, ridotta a cercare di épater le bourgeois, … “ma come in Atene c’erano gli schiavi?”
… e lo scopriamo adesso?…
Ma non è stato proprio Eco a insegnarci a guardare i segni lasciati dalle civiltà e da questi dedurre i semi del nuovo dai cascami del passato?
Di seguito viene citato anche Aristotele per arrivare alla sintetica enunciazione del fatto che, sì, il mondo antico, il mondo classico, non solo accettava ma ragionava sul concetto di schiavitù e ne teorizzava principi e fondamenti.
Su queste basi Eco scrive “lasciamo a Pericle celebrare questa sua democrazia di schiavi”…. democrazia di schiavi … in un contesto storico, geofisico e culturale in cui persino il termine era inconcepibile, un monstrum…
Ma ad Eco la considerazione torna utile, perchè può giovarsene per l’ ormai veramente stucchevole attacco al “populismo” Mediaset e al Consumismo.
E una volta di più un senso di sofferenza: ma cosa è successo al cervello di Eco?
È possibile che la rabbia, che tutti abbiamo condiviso e condividiamo, gli possa fare commettere contro se stesso – in spregio al suo cervello – errori di tale gravezza: parlare di consumismo per una società nella quale Alcibiade, aristocratico che di Pericle era parente, veniva considerato “un arbiter elegantiarium” perché aveva un mantello di lana bianca.
Ma la tristezza, il senso di pena continua perché è Eco stesso che ci consiglia: “andiamo avanti”…
sì, ANDIAMO AVANTI, in modo che egli possa, nemmeno tanto furbescamente, accennare al fatto che Pericle aveva stabilito che fossero riconosciuti cittadini ateniesi solo coloro che avevano tutti e due i genitori ateniesi.
In questo modo, ecco spianata la strada ad una analogia che porta l’ignaro lettore al paragone-paradosso tra cittadini di diritto ateniesi ed “extracomunitari con diritto di soggiorno”.
Non mi soffermo sulla penosa chiosa attraverso la quale Eco definisce “principio mafioso” il fondamento dell’Amicizia, forse dimenticando la lunghissima tradizione che dell’amicizia ha fatto uno dei capisaldi dell’incivilimento e dell’inculturamento umano ,a partire da Gilgamesh ed Enkidu e che ha lasciato tracce tanto profonde da divenire uno degli appuntamenti fissi dei duetti tenore-baritono dell’opera verdiana, che di popolarità e non di “populismo” ben si intendeva (citiamo fra tutti Don Carlos, Duca di Posa, ecc.).
Il saggio si chiude tristemente e penosamente, senza dimenticare un accenno a Mussolini (anche questo di grande e calzante attualità, direi imprescindibile per la comprensione dello spirito classico dell’Atene del V secolo) arrivando, dopo aver percorso in discesa tutti gli scalini – posso dire dell’indegnità? – a questa chiusa: “ora l’oratore conclude : Dopo aver compianto ciascuno il proprio parente tornate alle vostre case che – traducendo alla buona – significa «e ora smammate e non rompete più le scatole con i vostri piagnistei»”.
No, prof. Eco, la corrività e lo squallore non facevano parte del codice linguistico della tradizione oratoria ateniese… un altra grave mancanza di contestualizzazione. Quindi non si tratta di tradurre alla buona ma di svisare pesantemente il testo.
Seguono le ultime 6 righe che cito per intero: “se si dà da leggere nelle scuole il discordo di Pericle occorrerà commentarlo”.
(è esattamente quello, prof. Eco, che mi sarei aspettata da lei …)
“ricordando che molti padri di tante Patrie sono stati figli di una etera”!!!
Solo che, prof. Eco, la madre di Pericle non era una etera, si chiamava Agariste e faceva parte della famiglia degli Alcmeonidi, mentre l’etera che lei cita con l’ultimo guizzo della sua penna, Aspasia, era non la madre, bensì la donna da lui amata…
Basta avere un potere editoriale di massa e ci si può permettere tutto, e la rincorsa all’infimo è inarrestabile, e così un illustre cattedratico può dimenticare i principi di metodo cui si sarà pure ispirato in passato (controllare la correttezza documentaria di ciò che si scrive, contestualizzare storicamente qualsiasi tema etc.) e pure il minimo di onestà intellettuale che comunque ci si aspetterebbe. Per non parlare delle cognizioni che altresì ci si aspetterebbero comunque sedimentate nella cultura individuale di uno studioso, per dirla bene. Quale esempio per i/le giovani studiosi/e. Alé.
[...] contestualizzando così la iper-reazione di Umberto Eco e anche – bontà sua – la controreazione di Emanuele Greco su Filelleni. E’ un bell’esempio di scrittura, acume e misura. Merita leggerlo e per questo lo [...]
Grande Lello!