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Archive for the ‘Balcani’ Category

libri-al-rogo-2Dette così, paiono come le Tre Grazie o i Tre Tenori. Paiono una bella cosa. E invece no. La biblioteca di Sarajevo è stata bombardata da proiettili incendiari nel 1992. Quella di Timbuctu è stata data alle fiamme da chi prima l’aveva scelta come residenza, forse perché c’era l’aria condizionata. “Vandali” li ha definiti il sindaco di Timbuctu, “barbari” Tahat Ben Jelloun su Repubblica di oggi. E come chiameremo noi chi ha rubato oltre 4000 volumi dalla Biblioteca dei Girolamini di Napoli? Oggi per quella faccenda, i Carabinieri hanno eseguito altre sei ordinanze di custodia cautelare, e finalmente anche Marcello Dell’Utri è indagato per concorso in peculato, dopo che nel registro degli indagati era finita una sua stretta collaboratrice. Come dovremo chiamare noi questa gente, che si appropria di ciò che è di tutti? Avvoltoi, forse? O che altro?

Effe

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OLYMPUS DIGITAL CAMERACosa pensa veramente la gente del proprio patrimonio culturale? E’ la prima domanda che chiunque lavori nel settore dovrebbe porsi, prima di avviare qualsivoglia progetto. Ma viene posta raramente con le conseguenze devastanti che conosciamo. L’esempio che ci piace citare è il fantasmagorico ponte di Mostar che la comunità internazionale ha ricostruito perché simbolo dell’identità bosniaca e di una possibile riconciliazione, mentre per la gente è diventato il luogo che rinnova odii e conflitti mai sopiti. Ha prodotto un effetto opposto a quello previsto: una vera débacle della retorica buonista di cui ammantiamo i nostri monumenti.

la-nuova-torre-di-finale-emiliaI tempi però cambiano e le idee circolano, benché lentamente. Oggi persino all’Unesco vige la parola d’ordine che bisogna agire in sintonia con le “comunità locali”. E noi provincia dell’impero cominciamo ad adeguarci: il Ministero per i beni culturali ha da poco concluso un’indagine via web per capire cosa gli italiani si attendono da un museo, con domande così generiche e contraddittorie che fatichiamo a comprenderne la reale utilità, ma ne attendiamo con curiosità i risultati. E’ partita poi dall’Università IULM una ricerca sull’idea che gli italiani hanno del proprio patrimonio culturale, avviata anch’essa attraverso un questionario: è sicuramente molto più puntuale di quello del Ministero, ma anche qui temiamo che le risposte conducano a risultati troppo generici. Perché bisogna parlar con la gente, per capire cosa vuole veramente. Bisogna essere antropologi, più che sociologi abbarbicati alle statistiche. Immaginiamo però che il questionario IULM sia solo una parte di una ricerca più ampia, di cui però il sito web non rivela né metodi né scopi. Anche qui attendiamo i risultati. E intanto ammiriamo estasiati i cittadini di Finale Emilia che, come ha raccontato recentemente Jenner Meletti su Repubblica, hanno pazientemente riunito nel cortile di una scuola elementare 25.000 mattoni della torre crollata col terremoto del maggio scorso, e contano di ricostruirla entro il prossimo anno per celebrare degnamente i suoi 800 anni di vita. Intanto ne hanno eretta una provvisoria in metallo. I problemi sono molti da quelle parti, dove al terremoto si è sommata la crisi, ma nessuno pare voler rinunciare alla torre perché senza torre non c’è città. La torre dà forza a tutti e dà speranza, e fa sentire tutti uniti. Dicono che, una volta ricostruita, ne faranno un museo: noi speriamo che, dopo tanto patire e tante fatiche, non cedano alla fine all’antiquata retorica del monumento: facciano pure il museo, ma facciano anche suonare ogni giorno la loro campana.

Effe

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Lo sapevamo, lo abbiamo sempre saputo anche se non l’abbiamo mai visto. Ma tutta la retorica montata dall’Unesco attorno al ricostruito ponte di Mostar, simbolo della riconciliazione tra le fazioni sulle due sponde del fiume, non ci è mai piaciuta. Odorava di buonismo artefatto lontano mille miglia. È vero che i monumenti sono simboli, ma la guerra di Bosnia non si può liquidare in un monumento-simbolo, e per giunta quello pareva il simbolo di una riconciliazione più imposta che voluta. Perché questo raccontavano le storie che ci giungevano dalla città: una città ridotta a mercato per turisti, svilita e oramai finta. Disneymostar. Anche una nostra lettrice, Paola Comacchio, commentando tempo fa un nostro post, ha parlato di mercificazione della città. E ha parlato dell’arrogante campanile della chiesa francescana, ricostruito molto più grande del precedente perché doveva superare in altezza tutti i minareti. Paola ci ha detto insomma che la guerra tra chiese e moschee, comune a molti luoghi dei Balcani, continua a essere a Mostar più violenta che altrove. L’esatto contrario della riconciliazione che il ponte dovrebbe simbolizzare.

Ora giunge uno studioso bosniaco a illuminarci ulteriormente sull’uso e abuso attuale del ponte di Mostar. Dragan Nikolić, nella sua tesi in etnologia recentemente discussa all’Università di Lund (Three Towns, two Bridges and a Museum. Memory, Politics and World Heritage in Bosnia and Herzegovina) ci spiega come su quel ponte la gente vada invece a rinfacciare alla parte avversa le sue colpe. Piuttosto che simbolo di riconciliazione è luogo che, per il suo stesso esistere, rinnova l’odio. È diventato emblema delle vittime e di una gara assurda a chi ha sofferto di più. Un’arma in un conflitto che non è ancora completamente risolto.

Nikolić ci fa capire come la realtà delle cose sia spesso diversa da come la politica e la comunità internazionale la immaginano. L’atteggiamento dell’Unesco e del governo bosniaco pare ancora legato a una mentalità coloniale dura a morire, una volontà di imporre la propria visione delle cose perché giudicata corretta per default. Nikolić afferma chiaramente che, secondo lui, le strategie e le politiche Unesco dovrebbero cambiare perché sono totalmente avulse dalla realtà. Che dovrebbero essere più attente ai mutamenti in atto nel mondo, specie in terre martoriate come la Bosnia Erzegovina, e agire in sintonia e a vantaggio della gente che nei luoghi vive. È quel che anche noi andiamo ripetendo da anni se non da decenni. Ma sappiamo bene che all’Unesco (e a tutte le organizzazioni internazionali in generale) non interessa proprio.

Effe

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