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Archive for the ‘Egitto’ Category

2.1.1.2.1.9.1293.2Sì proprio lui, Lawrence d’Arabia. Aveva anche lui giornalisti al suo seguito, “embedded” come si dice oggidì. Lowell Thomas e il suo fotografo Harry Chase passarono un’intera settimana con lui, dopo che erano giunti in Palestina dal Cairo al seguito delle truppe vincitrici del generale Allenby. E una volta tornati in America, hanno fatto fortuna con uno show assolutamente innovativo per quei tempi: immagini che svanivano in dissolvenza, mentre la voce altisonante di Thomas narrava con tono drammatico i fatti di cui era stato spettatore. Ricordava anche le vicende bibliche, mentre mostrava quei luoghi allora tormentati dalla guerra, generando un senso di familiarità negli americani che avevano solo idee vaghe sul Medio Oriente. E la sua voce era accompagnata da musiche pensate per l’occasione, e interrotta sapientemente da riprese aeree che hanno fatto volare milioni di americani sopra le piramidi di Giza come non avrebbero mai neppure sognato. Non era pura cronaca dei fatti ma grande spettacolo, giornalismo-spettacolo. Una vera novità per l’epoca, un’esperienza indimenticabile trasformatasi subito in grande business. Pare innovativa persino oggi, a quasi un secolo di distanza, mentre si guardano le immagini e i filmati raccolti nella mostra online “Journey to the Land of our Past“, curata dal Marist College a cui la famiglia Thomas ha donato l’archivio di Lowell. Feticisti di Lawrence e affini, godetevelo tutto!

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E’ una notizia sensazionale, quella annunciata pochi giorni fa dal Ministro per le antichità egiziano Mohamed Ibrahim: la scoperta del più antico porto d’Egitto a Wadi al-Jarf sulla costa del Mar Rosso. Risale addirittura all’epoca del faraone Cheope, quello della grande piramide, e cioè alla metà del III millannio a.C. Gli archeologi francesi dell’Ifao diretti da Pierre Tallet, con colleghi egiziani, hanno trovato proprio il cartiglio del faraone dipinto sui blocchi di pietra che ostruivano l’ingresso di trenta grotte-magazzino scavate nella roccia e colme di resti di cordame, vele, timoni e attrezzi da lavoro in pietra e legno. Tutto perfettamente conservato proprio come nel già noto porto di Mersa Gawasis dove lavorano da anni gli archeologi dell’Orientale di Napoli diretti da Rodolfo Fattovich. Lì però si tratta di un porto dei tempi della regina Hatshepsut, cioè mille anni più tardi, quando i marinai egiziani si lanciavano in ardite spedizioni fino al lontano e leggendario paese di Punt (l’Etiopia? la Somalia?) per trovare esotiche meraviglie. I marinai di Wadi al-Jarf, invece, commerciavano per rotte più note ma non meno ardite, vista la difficoltà di navigazione sul Mar Rosso a causa delle sue molte correnti. Sicuramente portavano alla valle del Nilo il rame, il turchese e altri minerali di cui è ricco il Sinai. Sappiamo molte cose sulla loro vita e i loro viaggi, perché oltre a un grande molo frangiflutti, a pesanti ancore in pietra, alle loro case e a strutture di difesa, sono stati trovati anche 40 papiri che descrivono proprio le loro attività quotidiane. Sono i papiri più antichi mai scoperti in Egitto. Parlano di forniture di cibo (soprattutto pane e birra) da parte dell’amministrazione centrale ai marinai impegnati in questi pericolosi viaggi. E c’è persino il diario dell’ufficiale Merrer impegnato nella fornitura di blocchi di pietra per la costruzione della grande piramide di Giza. Quei testi sono uno spaccato di vita quotidiana veramente unico. Pierre Tallet, però, sospetta che non dicano proprio tutto su Wadi al-Jarf: in un articolo pubblicato su British Museum Studies on Ancient Egypt and Sudan, egli rileva come quelle strutture portuali siano troppo grandi per il solo traffico col Sinai. Forse già allora, azzarda Tallet, gli Egiziani veleggiavano fino al favoloso paese di Punt. Possibile? Impossibile? Chissà.

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Queste foto ritraggono due luoghi famosi dell’antica Antinoe, la chiesa del martire Colluto e la cappella di Teodosia, e mostrano quanto siano state distrutte.

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صورة٠٦٢٥Abbiamo già parlato brevemente di Antinoe e di quanto sia preda di saccheggi e vandalismi, forse più di altri luoghi d’Egitto. Ora però abbiamo ricevuto queste foto da Rosario Pintaudi che dirige la missione archeologica italiana ad Antinoe per l’Istituto Papirologico G. Vitelli dell’Università di Firenze. Sono immagini che parlano da sole. Secondo Pintaudi il vandalismo, che è distruzione fine a se stessa, non è indirizzato contro persone o principi particolari, ma è piuttosto una forma di espressione del disagio che sta vivendo in questi tempi la gente d’Egitto. Insomma non ce l’hanno con lui o con ciò che lui potrebbe rappresentare. “Frequento Antinoe da quand’ero studente negli anni Settanta – ci dice – e ho rapporti ottimi, in molti casi di sincera amicizia, con molte delle persone del villaggio di Sheikh Abada. No, loro non ce l’hanno con noi”. Però distruggono l’opera di tanti ricercatori che scavano e restaurano ad Antinoe dal lontano 1936: l’unica città fondata in Egitto dai romani, l’unica con ancora le mura visibili e l’ippodromo, è una delle glorie poco note della ricerca italiana. (altro…)

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L’ultimo allarme riguarda Antinoe, la città costruita dall’imperatore Adriano sulle rive del Nilo nel nome dell’amato Antinoo, che aveva perso la vita nel fiume non lontano da lì. Negli ultimi mesi, gli abitanti di ciò che resta dell’antica grandezza, il villaggio di Sheikh Abada, hanno costruito case e cimiteri moderni sulle rovine, hanno spianato colline coi bulldozer per ricavare materiale edilizio, stanno coltivando campi, e soprattutto saccheggiano ogni cosa. Oggetti e papiri di Antinoe furoreggiano nel mercato nero, come denuncia con un dossier in rete l’americano Jay Heidel che collabora agli scavi di Antinoe diretti da Rosario Pintaudi dell’Istituto papirologico Vitelli di Firenze. Le necropoli, l’ippodromo della città e ampi tratti delle mura, quasi non si vedono più, mentre le buche dei tombaroli costellano a centinaia il paesaggio. (altro…)

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Ieri sera a Luxor sono state fatte delle prove di illuminazione della Via delle sfingi: è quella via processionale antica che collegava i due templi di Karnak e Luxor, che ora si sta riportando alla luce a spese della città moderna. Piace il risultato? A me pare che di notte quel vuoto tristissimo risalti ancor più che di giorno. Pensare che prima lì c’erano case, mercati, chiese e moschee. Ora pare il Raccordo anulare, e per giunta senza auto. Veramente un vuoto cosmico.

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Colonial Houses Sono morte il 7 gennaio, assassinate da qualcuno entrato clandestinamente nella loro casa, scardinando il portone d’ingresso. Ne ha parlato anche la stampa egiziana. Perché le signore Laudy e Sofi Andraus, figlie di quel Tawiq Pasha Andraus che fu uomo di spicco nell’Egitto di re Faruq, erano l’ultimo baluardo rimasto della Luxor dei bei tempi andati. E la loro splendida casa d’inizio Novecento, proprio di fronte all’imbarcadero dei traghetti sul Nilo, era il simbolo della resistenza alle devastazioni degli anni recenti (di cui anche noi abbiamo brevemente parlato) che hanno reso moderna la città privandola di ogni anima. La casa era gemella di un’altra che col tempo era diventata sede del Partito democratico nazionale, perdendo probabilmente all’interno molto dell’atmosfera antica, e che nel 2009 aveva subito la furia demolitrice dell’allora governatore Samir Farag. Mentre per l’abitazione delle Andraus, il governatore decretò che sarebbe stata risparmiata finché le due anziane signore fossero rimaste in vita. Stiamo parlando di case dichiarate da tempo di interesse architettonico e monumento nazionale, dove Andraus vi aveva accolto re e regine, e anche il padre della nazione egiziana Saad Zaghloul. Così ora, per scongiurare una possibile demolizione, è subito scattata una mobilitazione internazionale e fioccano i messaggi nell’attivissima pagina Facebook Save the Luxor Temple House. Fa tristezza però non leggervi nulla sulle due signore, tra tanta preoccupazione per la sorte della loro casa. Siamo diventati così cinici da pensare alle pietre dimenticando le vite umane, per quanto avanti negli anni? Comunque pare che il nuovo governatore non sia intenzionato a demolire la casa, anche se bisogna vedere cosa ne farà. Mentre temo che delle due anziane signore non si ricorderà proprio nessuno, e dunque lo faccio io che qualche anno fa le ho conosciute. (altro…)

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E’ questo il titolo dell’ultimo post della blogger egiziana Zeinobia, scritto dopo aver udito sabato sera a Dream TV 2 le parole del salafita Morgan Al-Gohary. Questi si è vantato di aver partecipato nel 2001 alla distruzione dei buddha di Bamijan in Afghanistan, e di voler distruggere tutti gli idoli pagani d’Egitto, persino le piramidi e la sfinge. Ecco parte del dialogo con il conduttore della trasmissione Wael Al-Abrashi, così come riportato sul sito della CNN:

Al-Abrashi: “Am I going to wake up tomorrow to find that, just as you did with the statue of Buddha, that you have demolished the Sphinx and the pyramids?”

Al-Gohary: “That is dependent upon abilities and possibility. According to our Sharia, every pagan and idol must be destroyed.”

Al-Abrashi: “If you are in power, will you destroy the Sphinx and the pyramids and all the pharoanic statues and all the pharoanic artifacts?”

Al-Gohary: “Everything, if it is a pagan statue or idol, that is worshiped or suspected to be worshipped, or is worshipped by one person on Earth, must be destroyed. We, or someone else, must destroy it.”

Al-Abrashi: “So you would destroy the Sphinx and the pyramids?”

Al-Gohary: “Yes, we will destroy them, if they were worshipped before or afterwards.”

Non si può correre il rischio, dice Al-Gohary, che piramidi e sfinge tornino a essere oggetto di devozione. Peccato che la stragrande maggioranza dell’umanità vorrebbe al contrario evitare il rischio di perderle. Persino gli egiziani più integralisti ma realisti, consapevoli che il turismo è la maggiore industria del paese. I pericoli derivanti da una possibile deriva salafita in Egitto sono molteplici e multiformi. Così Zeinobia suggerisce ironicamente uno slogan all’agonizzante industria del turismo del suo paese: “Visit the Pyramids while you can!”. Finché sono ancora in piedi. Magari i turisti accorreranno a frotte. Magari, è auspicabile, sapranno aiutare ad arginare la minaccia salafita.

Effe

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“Excuse me, where is the Roman temple?”. “Temple, old, archaeology, excavations, where?”. Niente da fare, non ci capiva nessuno nel villaggio di Al-Maraqi ai limiti dell’oasi di Siwa, nel deserto occidentale egiziano. Nessuno capiva le parole inglesi, noi non parliamo né l’arabo né il siwi, e probabilmente eravamo i primi dopo chissà quanto a cercare quel tempio. D’improvviso vediamo un vecchietto: “Iskander?”, ci chiede. Sì Iskander, proprio lui! “Dove?”. “Di là!”. Il tempio era a due passi da noi ma senza Iskander, il Grande Alessandro, non l’avremmo mai trovato. Eppure è un tempio dell’età di Traiano che con Alessandro non c’entra nulla. Però negli anni Novanta è giunta qui una signora greca con molti soldi e molto tempo da spendere, ha scavato non si sa come e a un certo punto ha annunciato ai quattro angoli del globo di aver finalmente trovato la tomba del Grande sotto quel tempio. Ha fatto mille pasticci, quella greca signora che risponde al nome di Liana Souvaltzi: pretendeva di leggere il nome di Alessandro ovunque, anche dove epigraficamente lo spazio non lo consentiva, o erano chiaramente scritte parole diverse come “basileus” o altro. Ha pasticciato al punto che è stata cacciata dallo scavo, il tempio è tutt’ora recintato da filo spinato, abbiamo dovuto insistere col guardiano per poterlo visitare (tra l’altro, è una costruzione veramente molto interessante) e ci è stato proibito di scattare foto.

Liana Souvaltzi però ha fatto la fortuna di quel villaggio: bastava pronunciare il suo nome perché i volti s’illuminassero. Anche nel “centro” di Siwa: evidentemente era simpatica, gentile, generosa. Tutti le vogliono ancora bene, e tutti continuano a credere che quello è davvero il tempio eretto per Alessandro. (altro…)

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Quasi quasi mi faccio un panino e me lo mangio in Campidoglio. Marco Aurelio vuoi un morso? Scommetto che lo vuole. Il salame, lui, mica sa che cos’è. E il gelato? Meglio fargli assaggiare pure quello che gli piace di sicuro. Così poi se arrivano i vigili, voglio vedere con che coraggio multano Marco Aurelio.

Sabato non ero a Roma ma, se ci fossi stata, sarei andata in Campidoglio a mangiare il panino. A protestare contro l’ordinanza più stupida che c’è. Multare chi mangia per strada? Caro sindaco, pensa a tenere pulita la città che è meglio. Pensa a mettere più cesti per le immondizie dove gettare la carta del panino. Si chiama “cibo da strada”, se non lo sai, ed esiste da che mondo è mondo. Da che mondo è mondo ci siamo nutriti così, noi che abbiamo pochi soldi o poco tempo, o che vogliamo godere la città. Non  sporchiamo, se ci troviamo in una città civile. Ma la tua città si è imbarbarita per colpa tua, e adesso il tuo unico rimedio è la repressione idiota. Non la farai franca: ti combatteremo a oltranza. Gelato a piazza Venezia, panino ai Fori, castagne a Trinità dei Monti, supplì al Pantheon. Pigliatela piuttosto con chi fa pagare quei panini una follia, coi tuoi amici ambulanti che sono (loro sì!) un vero insulto al decoro, ma che in certi luoghi come i Fori sono una mano santa perché alternativa non v’è. Metti dei locali come si deve e controlla  che non rubino, e poi lasciaci mangiare il nostro panino in santa pace!

Se non lo sai, caro il mio Alemagno, il Ministro per le antichità d’Egitto Mohamed Ibrahim ti ha addirittura superato: con ordinanza del 19 settembre scorso, una decina di giorni prima di te, ha bandito riti religiosi e manifestazioni politiche da tutti i monumenti d’Egitto. “Sono attrazioni turistiche fatte per essere visitate e nient’altro”, ha dichiarato. Peccato che quei monumenti siano sempre serviti per altro, e la loro intoccabilità sia mera retorica moderna buona solo per giustificare la repressione. Quel bando ci pare l’ultima ratio per controllare quel che nell’Egitto attuale è difficilmente controllabile. Ma tu, Alemagno, non hai guerre intestine né radicali islamici da tenere a bada. Hai solo turisti maleducati e incivili. Ribadiamo: fai più civile la tua città, e lo saranno anche i turisti.

Effe

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