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Archive for the ‘Turchia’ Category

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Le sue rocce modellate dalla natura hanno acceso la fantasia umana sin dalla preistoria. C’era chi vi vedeva animali, chi esseri fantastici, chi streghe e mostri. Oggi però sul monte Latmos, nella Turchia occidentale a pochi passi dall’antica Mileto, domina un altro grande mostro: la cava di feldspati. Sono minerali ampiamente utilizzati nell’industria delle ceramiche e il Latmos ne abbonda. Le sue cave sono attive da decenni ma leggi più permissive hanno recentemente scatenato una vera distruzione della montagna intera. Oggi non stanno sparendo solo le straordinarie formazioni naturali, un paesaggio incantato, e una rara foresta di pini. Le cave minacciano direttamente le molte chiese bizantine del monte, coi loro bei dipinti, e pitture rupestri veramente uniche: i primi ritratti di famiglia dell’umanità. (altro…)

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E’ la politica nazionale turca e ce ne dobbiamo fare una ragione: tutti gli edifici di culto inutilizzati, li trasformano in moschee. Capiterà presto alla chiesa di San Giovanni in Studion a Istanbul, così come è capitato a Santa Sofia a Trebisonda e all’omonima chiesa di Iznik. E con le voci che corrono, il rischio che anche Santa Sofia di Istanbul segua le stesse orme, è oramai reale. San Giovanni era fino a qualche tempo fa un rudere: una splendida chiesa senza tetto nel cuore della città vicino alla cosiddetta Porta d’Oro. Per capirci, era un po’ come lo Spasimo di Palermo. Ai tempi d’oro, però, il suo monastero è stato il più grande e ricco della città, e la sua regola era modello per tutta l’ortodossia. E’ stato anche un famosissimo centro di studi che ha ospitato per un certo periodo anche l’Università, ma con la conquista ottomana del 1453 è stato abbandonato e col tempo demolito, mentre la chiesa è diventata la moschea Imrahor. Che però incendi e terremoti tra Otto e Novecento hanno pressoché distrutto. Oggi finalmente si sta restaurando ma non perché venga meglio ammirata dai più, bensì per farla tornare moschea. (altro…)

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Un convegno sulla Cappadocia. Bello! Su tutto ciò che noi italiani abbiamo fatto e facciamo per quel luogo così unico e incredibile, e che pochi conoscono. Ancora più bello!

Lo organizza Clelia Mora all’Università di Pavia che parlerà dei “suoi” Ittiti in Cappadocia, delle sue ricerche laggiù che stanno mostrando come lì vi fu un regno prospero anche dopo il crollo del grande impero, e ragionerà forse delle storie narrate su quel regno dagli storici greci, d’incerta verità. Sono di parte e lo ammetto: in gioventù ho sudato sui cunei ittiti e proprio a Pavia. Li ho abbandonati, sia gli Ittiti che Pavia, colpevole: ma il primo amore non si scorda mai.

Poi c’è la Cappadocia cristiana e dei Padri della chiesa, quella più famosa che tutti conoscono, e che Maria Andaloro dell’Università della Tuscia indaga da anni. Ricordo una bella giornata viterbese dedicata tutta alla Cappadocia, anni fa. Lì ho conosciuto il fotografo Rodolfo Fiorenza, amico di Maria, e ho ammirato la sua visione della Cappadocia: pietre che disegnano geometrie sinuose, e che nel movimento quasi parlano, tanto paiono animate. Discutendo con lui, però, e con i giovani fotografi che in Cappadocia hanno seguito i suoi consigli, è emersa soprattutto la gente che abita quelle pietre e le custodisce da secoli. Anche le antiche chiese ricche di pitture, anche se quella gente oggi è musulmana. Ma è nata e cresciuta lì, e tanto basta. La vita tiene in vita. Quando invece le pietre sono abbandonate, come in Cappadocia è accaduto a Zelve fatta evacuare dall’Unesco, allora cominciano i guai e l’incuria distrugge ogni cosa. Quel giorno avevo promesso a Maria che sarei presto andata a trovarla in Cappadocia, ma per motivi diversi non l’ho ancora fatto e mi dispiace molto. Nel frattempo Rodolfo ci ha lasciati, nel marzo dell’anno scorso, e anche con lui mi rammarico di non aver trascorso più tempo. Ci sono però le sue foto a parlare di lui: chi l’ha conosciuto lo capisce, le sue foto sono vive perché in ogni scatto metteva tutto se stesso. Ecco, da quel giorno a Viterbo, e specie dopo la sua dipartita, se sento Cappadocia vedo Rodolfo. Vedo l’anima dentro ogni cosa. È un ricordo felice.

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Tremate i Filelleni son tornati. Credevate si fossero smarriti in qualche anfratto delle Meteore o tra le nubi dell’Olimpo? Beh, supposizione (quasi) esatta, anche se i luoghi di smarrimento sono stati meno evocativi e romantici: i corridoi universitari per alcuni di noi, le cliniche per altri. Ma avevamo sempre il filo d’Arianna a riportarci sulla retta via. E siamo di nuovo qui, pronti (più o meno) a rimetterci filellenicamente in marcia.

Nel frattempo, ovviamente, è accaduto di tutto di più, e ci mordevamo le mani per non poter scrivere nulla, dare la visione filellena dei fatti. Ma indietro non si torna, si guarda avanti. Con qualche nobile eccezione. (altro…)

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n_40412_4Non è una battuta né uno scherzo. C’è una Commissione del Parlamento turco che sta esaminando le molte richieste ricevute di restituire Santa Sofia al culto, così com’è stato dal 1453 al 1931 prima della sua trasformazione in museo. La principale di queste richieste è giunta corredata anche da un sondaggio, dove il 97% degli intervistati si dichiara favorevole a far tornare l’edificio una moschea. In fondo non sarebbe male: la sublime costruzione recupererebbe la funzione per cui è stata costruita, benché in origine fosse una chiesa cristiana e non una moschea. E’ però fondato il sospetto che la Commissione parlamentare non accoglierà la richiesta: nel 2012, Santa Sofia è stata il museo più visitato di tutta la Turchia: ben 3.345.347 persone hanno varcato la sua soglia, per un introito di 69.349.316 lire turche, pari a quasi 30 milioni di euro. Saprà il governo turco, affamato com’è di turismo, rinunciare a tale introito? O magari potrebbe farne una moschea a ingresso libero per la preghiera, ma a pagamento per la visita, come accade nelle chiese di Venezia col disappunto dei più. Chissà se a Istanbul funzionerebbe. Staremo a vedere cosa accadrà.

Effe

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ertugrul-gunay_258913Merita leggere questa intervista a Ertuğrul Günay, il Ministro turco della cultura e del turismo, apparsa su Hürriyet Daily News. Da politico navigato, non ha alcun tentennamento, alcun dubbio. E’ sicuro di sé quando minaccia di chiudere indagini che proseguono da oltre un secolo, se archeologi e musei stranieri non faranno quel che dice lui. Vuole essere lui a tenere le fila dei rapporti, quando finora accadeva spesso l’opposto. “We acted resolutely. We pursued each case with persistence. We also became conscious of the cards in our hands and started to use them. We became aware of the importance of the means in our hands“.

Certo, è giusto chiedere che chi lavora sul tuo territorio si dedichi anche al restauro di ciò che porta alla luce, alla musealizzazione, e pubblichi i risultati con tempestività. Ma questo signore è diventato ben più aggressivo, come abbiamo già segnalato, e ai paesi che possiedono reperti usciti illegalmente dalla Turchia anche in epoche antecedenti alla Convenzione Unesco del 1970, non solo minaccia di revocare le concessioni di scavo ma rifiuta categoricamente prestiti ai loro musei. Pare però molto più interessato ad avere i suoi bei monumenti restaurati e rimpatriati per mostrarli ai turisti e fare tanti quattrini, piuttosto che votato a un genuino amore per i beni culturali e la scienza. E non ha timore di essere additato come il “bad guy“: “I see that museums in Europe are in panic. People with self-confidence don’t react like that“. Anzi, conta di essere d’esempio per altri: dice di aver da poco firmato un accordo con la Bulgaria e di volerlo fare in seguito anche con la Grecia e l’Egitto. Insomma la Turchia mira a proporsi come leader nel Mediterraneo orientale anche nel campo dei beni culturali. Con molto realismo, però: interrogato sul recente annuncio da parte di un avvocato turco di volersi appelare alla Corte europea per i diritti umani per chiedere la restituzione delle statue del Mausoleo di Alicarnasso (giunte al British Museum sotto il governo ottomano, in circostanze piuttosto simili a quelle dei Marmi Elgin), risponde con distacco che è un’iniziativa privata. Aggiunge però che non avrà probabilmente successo solo perché ostacolata da una legislazione internazionale voluta dagli europei. Ma “the legislation will also change in the future“. A lui insomma non interessa vincere qualche battaglia, per quanto importante. Vuole cambiare le regole, ed è convinto che ce la farà. Teniamolo d’occhio.

Effe

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Apre oggi a Catania, al Monastero dei Benedettini, una mostra di foto strepitose dello scavo di Sagalassos, antica città nella Turchia sud-occidentale dove lavora da un paio di decenni una missione archeologica dell’Università di Leuven. La mostra fa da contorno al convegno biennale dell’associazione internazionale Rei Cretariae Romanae Fautores, dal titolo “From broken pottery to lost identities in Roman times“, attualmente in corso a Catania per iniziativa dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibam-Cnr). Il direttore dell’Istituto, Daniele Malfitana, collabora infatti da tempo con la missione belga a Sagalassos.

Ho visto le foto giorni fa quando Daniele mi chiese di scrivere un saggio per il catalogo della mostra: ho scritto subito, tutto d’un fiato, colpita all’istante dalla forza comunicativa che scaturisce da quelle immagini. Riporto qui sotto il mio scritto, che dice senza mezzi termini quanto quelle foto sappiano condensare lo spirito del luogo e le sue storie passate e recenti. Con buona pace dei guru contemporanei che gridano alla morte della fotografia professionale e dei fotografi. Non moriranno come non moriranno i giornalisti: la tecnologia può aiutare ma non potrà mai soppiantare la professionalità vera. (altro…)

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Pare che la Turchia voglia, come si suol dire, la botte piena e la moglie ubriaca.

Sta per chiedere ufficialmente la restituzione di alcuni mosaici alla Bowling Green State University, dopo che a gennaio l’Università stessa ha dichiarato di sospettare che siano stati prelevati clandestinamente dall’antica città di Zeugma. Non aspetta insomma neppure che vengano fatti gli opportuni accertamenti.

Intanto il 14 marzo il Metropolitan di New York aprirà la sua mostra su Bisanzio e l’Islam senza gli oggetti chiesti in prestito alla Turchia, da questa negati perché il Met rifiuta la restituzione di tesori da tempo richiesti. Il British Museum di Londra ha già aperto la mostra Hajj: journey to the heart of Islam rinunciando ai tesori turchi perché pende la richiesta di restituzione di una stele raffigurante Antioco di Commagene con Eracle. E il Victoria & Albert Museum teme di non riuscire a realizzare la programmata mostra The Ottomans che totalmente dalla Turchia dipende. In ballo ci sarebbe una testina di Eros che appartiene a un sarcofago conservato nel Museo archeologico di Istanbul. Ma testina e stele hanno raggiunto l’Inghilterra l’uno ai primi del Novecento e l’altro già nell’Ottocento. Sono insomma questioni paragonabili a quella dei Marmi Elgin. Perché mai la Turchia dovrebbe avere soddisfazione? E persino i mosaici da Zeugma, venduti nel 1965, non rientrerebbero nella Convenzione Unesco firmata nel 1970. Ma cosa vuole dimostrare la Turchia con questi puntigli?

Anche perché di altri suoi tesori sarebbe felicissima di liberarsi, dietro lauto compenso. Il Ministero della cultura e del turismo turco vorrebbe far valutare a un’apposita commissione tutti gli oggetti che i musei turchi “non utilizzano”, per venderli poi al miglior offerente. E’ dal 19 gennaio scorso, data del decreto ministeriale, che il mondo della cultura turco è in subbuglio per ciò. Giustamente. I politici turchi paiono comportarsi come gli Ottomani che a suo tempo, e in un clima totalmente diverso, hanno permesso l’esportazione dei tesori. Perché dunque restituirli ora, visto che comunque per la Turchia è già troppo quel che ha in casa?

Effe

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Cosa regalerò quest’anno per la Befana a mio suocero (che è Greco):

Costantinopoli del bizantinista Jonathan Harris (Il Mulino, euro 24) perché non spiega ma racconta quella che fu La città per antonomasia. Narra come diventò grande, come seppe creare attorno a sé quell’aura di leggenda che la mantenne in vita e ricca e potente per oltre un millennio, e come la città cadde quando quell’aura svanì. Costantinopoli è innanzitutto il suo mito, e Harris lo rintraccia nell’imperatore nominato da Dio stesso come nella gente comune che vi ha creduto e l’ha perpetuato nei secoli. Racconta come si viveva nella città di favola, e quanto di quella favola sopravvive ancora oggi.

Ma la vera chicca che mio suocero leggerà in un battibaleno è Atene 1687 di Alessandro Marzo Magno (Il Saggiatore, euro 14), giornalista e scrittore di storia militare, ma soprattutto mio coetaneo e frequentatore del mio stesso liceo (nell’altra sezione, però). Che siano stati i Veneziani a bombardare il Partenone e ridurlo in quasi poltiglia, lo sa il mondo intero. Si sa pure che furono costretti a farlo perché lì i Turchi avevano piazzato la polveriera. E tutto ciò ha dato ampio motivo al popolo Greco per parlare male sia dei Turchi che dei Veneziani. Ma quanti sanno come andarono esattamente le cose? Perché la Repubblica di San Marco decise un atto così turpe? E quali furono le conseguenze dell’atto e della guerra? Io, lo confesso, ignoravo completamente tutta la storia. E Alessandro la sa proprio raccontare.

 

Effe

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Ieri è stato giorno di letizia per le antiche barche nostre, anche se forse pochi se ne sono accorti. Tutti gli occhi del mondo erano puntati su Giza dove, con le solite grandi fanfare, si è tolta la prima delle 41 pesantissime lastre di marmo che hanno finora custodito la seconda barca solare del faraone Cheope. Era stata scoperta già nel 1954, ma solo da un paio d’anni si sono trovati i nipponici fondi necessari per il faticosissimo lavoro. Dall’altro capo del Mediterraneo, però, a Istanbul, ieri si annunciava un’altra importantissima scoperta. Lo scavo di Yenikapi, dove per costruire una stazione della metro si è trovato un porto con (finora) 35 navi, ha regalato l’ennesima meraviglia: una barca bizantina, di V secolo, e dunque non così antica come la sua compagna egizia, però sta emergendo tutta intatta, l’intero scafo e tutto il carico, perfetta come se fosse fatta ieri. Una scoperta veramente unica, sensazionale, eccezionale, ma con pochi fari puntati. Fortuna che c’è il Filelleno che se n’accorge.

Effe

 

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