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Archive for the ‘archeologia pubblica’ Category

Porta d'accesso a Gla, foto di F. Polacco

Porta d’accesso a Gla, foto di F. Polacco

Una bella sorpresa in Beozia: la racconta Fabrizio Polacco su Osservatorio dei Balcani. I cittadini di un paesino, riuniti in un sillogo (più o meno il corrispondente della nostra Pro Loco), hanno deciso di curare loro il vicino sito archeologico, vista l’assenza delle autorità competenti. Prima si sono rivolti a tutti: comune, regione, ministero della cultura e del turismo, ma in tempi di crisi nessuno era in grado di fare alcunché. Così si sono rimboccati le maniche, ciascuno ha offerto qualcosa, e ora si può passeggiare comodamente tra sentieri e rovine non solo dell’antica acropoli di Akrefnio, il paese “virtuoso”, ma anche del vicino santuario di Apollo Ptoo e tra le mura della cittadella micenea di Gla. Lì è tutto pulito o ordinato come non era mai stato: Polacco narra di esservi passato una decina di anni fa ma di non aver potuto visitare nulla perché i siti erano inaccessibili.

Ecco cosa può fare una comunità, se lo vuole davvero, e se c’è qualcuno capace di indicare a tutti un obiettivo utile: può curare la manutenzione ordinaria delle vestigia del proprio passato, e guidare i viandanti e raccontare loro le storie antiche e moderne com’è accaduto a Polacco. Una comunità può sentire le rovine antiche come proprie perché parte della propria storia, e sentire il dovere di conservarle, tenerle pulite o ordinate al pari della piazza del paese o delle case. Può capire che non c’è differenza tra antico e moderno perché è tutto “casa”, ambito della propria vita. In questi luoghi meravigliosi l’archeologia, o l’antico in generale, “fa” la comunità, crea in tutti senso di appartenenza e una missione comune. Non sono pochi, questi luoghi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Ma sono ancora troppo pochi per salvare e dare un senso a tutte le nostre antiche beltà.

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10469677_722045364525466_5974142714926942108_nChi è passato di recente a Roma dalle parti della Colonna Traiana? Sì proprio quella cosa che tutti guardano a testa in su cercando di capirci qualcosa – di isolare qualche episodio della lotta di Traiano contro i Daci di re Decebalo – e poi si ritraggono doloranti e affranti. Beh, un tempo la colonna aveva a destra e a manca le biblioteche, e dai loro balconi al secondo piano qualche scena si ammirava. Ma oggi che fare, oltre a farsi venire il mal di schiena?

Nel Seicento ci fu chi fece incisioni di alcune scene, donandole pure al Re Sole. E nell’Ottocento Napoleone III commissionò delle matrici da cui sono stati ricavati i calchi in gesso che si trovano ancor oggi al Museo della civiltà romana: fino a ieri, chi voleva ammirare da vicino l’arte del “maestro delle imprese di Traiano”, lì doveva andare.

Ma da qualche giorno si può ammirare, proprio sotto il monumento, una riproduzione fotografica del fregio tutto intero. A dire il vero non è bellissima, ma spiega: con brevissime didascalie, racconta cosa rappresentano i singoli rilievi e permette a tutti di ripercorrere quella fortunata campagna militare. Proprio a tutti nessuno escluso: c’è sempre gente lì attorno che guarda, legge, indaga. Anche in pieno mezzogiorno sotto il sole. Nulla spaventa l’indomito turista assetato di sapere traianeo. Ed è bello guardarli mentre discutono, si scambiano opinioni, tornano sui propri passi a riguardar qualcosa. È quasi un gioco, bello e semplice: perché non si è fatto prima? Ma bando alle recriminazioni: godiamoci la festa! E speriamo che quelle foto infondano in alcuni la curiosità di ammirare da vicino i rilievi, ancorché in copia, così il Museo della civiltà romana finalmente si popolerà. Quando riaprirà i battenti, ovviamente. (altro…)

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Charlemagne-Image-300x216Sfidare turisticamente il Colosseo a Roma, è dura. È lotta di Davide contro Golia. Ma a quel tempo fu Davide a vincere, come sappiamo; e in fondo qui non si tratta di superare i 6 milioni di visitatori l’anno dell’arena più famosa del mondo, ma di affollare anche altri luoghi della città. Luoghi sconosciuti ai più, citati a malapena dalle guide turistiche generaliste, ma che messi assieme sono spettacolari, e soprattutto raccontano storie romane di un fascino tale, che al confronto i gladiatori impallidiscono.

È così per Carlomagno e le testimonianze carolingie in città: sapevate che in nessun altro luogo al mondo si trovano così tante vestigia dell’epoca come a Roma? Che a Roma si può letteralmente camminare sulle orme di Carlomagno percorrendo le sue stesse strade? Ammirare quel che lui vide o fece costruire, finanziando un programma di rinascita della città veramente “imperiale”? Dalla Crypta Balbi a San Pietro, dalle nobili case e le chiese nei fori alla chiesa dei Santi Quattro Coronati, da Santa Maria in Cosmedin a Santa Prassede a Santa Susanna, per finire con il grande palazzo al Laterano. C’è persino, al foro, l’unica strada di epoca carolingia oggi visibile. Non è meraviglioso tutto ciò? Non potrebbe attirare il nutritissimo gruppo di appassionati di Medioevo, e non solo? Ovviamente c’è già in città chi fa visite guidate sul tema, ma è un manipolo sparuto. Mentre nelle intenzioni di Richard Hodges, presidente di The American University of Rome (ma in passato anche direttore della British School romana), Carlomagno potrebbe diventare un vero asset per Roma e trascinare le folle. Perché no? (altro…)

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CopertinaA Venezia aumentano le presenze turistiche legate alla cultura, ma solo per i grandi eventi. Nei musei, secondo l’Annuario del Turismo 2013 pubblicato dal Comune, non va quasi nessuno. Sono calate le presenze persino a Palazzo Ducale, e perché calino lì, ce ne vuole: bisogna proprio mettersi d’impegno ad allontanare la gente! In effetti le mie recenti esperienze con le istituzioni culturali veneziane dicono che ci stanno mettendo tutto l’impegno possibile. Non sono solo obsolete: sono rimaste all’età della pietra.

Ho scritto due capitoli per un libro molto bello, pensato e realizzato con cura e con garbo: parla di come gli uomini abbiano saputo sopravvivere in ambienti ostili, riuscendo spesso a trasformare le difficoltà ambientali in vantaggio (Uomini e ambienti. Dalla storia al futuro, a cura di Paolo Cesaretti e Renato Ferlinghetti, Bolis edizioni per Ubi Banca, Bergamo 2014). I veneziani, per esempio, hanno dovuto imparare ad abitare la laguna: hanno costruito un’intera città sull’acqua e reso relativamente stabile l’ecosistema lagunare che è instabile per definizione. Hanno insomma “costruito” la laguna e fatto della laguna il loro punto di forza, mentre oggi al contrario la lasciano languire. Poi ho scritto il capitolo sul rapporto tra Roma e il Tevere, e nel libro si parla anche di canali lombardi e praterie liguri, di popolamento delle montagne e di carsismo. Si parla di molto paesaggio italiano costruito dagli uomini nei secoli, e che ora in pochi decenni sta svanendo. Si parla di molta Italia, e la ricerca iconografica ha dovuto spaziare da un capo all’altro dello Stivale. Ebbene: tutti i musei, le biblioteche, gli archivi interpellati dall’editore per ottenere le immagini richieste dagli autori, le hanno fornite in tempi abbastanza brevi. In alcuni casi brevissimi, come Roma dove il servizio fotografico dei Musei Comunali fornisce tutto praticamente in tempo reale. Solo Venezia ha creato problemi. Insormontabili. (altro…)

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8a918d64cc6e3c447d0325a54bff0edc5ee6dDunque, secondo il nuovo decreto legge su cultura e turismo, di cui per ora abbiamo solo un riassunto, possiamo finalmente fare click nei musei dello stivale senza incorrere nelle ire di un custode inferocito, e possiamo pure pubblicare i nostri click dove piaccia a noi, purché senza fini di lucro e a bassa risoluzione. Insomma le Invasioni digitali hanno funzionato, anche se sopra tutto è il clima a essere cambiato. E comunque, che sono poveri click nei musei d’Italia, di fronte alle immagini ad alta risoluzione messe liberamente in rete da grandi musei del mondo, da ultimo il Met, e a fronte del Google Art Project?

E poi arriveranno nuovi commissari, a Caserta e a Pompei (cioè l’attuale direttore generale di Pompei avrà poteri commissariali), e nuovi manager! Wow che bello! Ma non ci sono bastati i fallimenti, pompeiani e non, di commissari e manager? E soprattutto, il cosiddetto manager che competenze avrà? Basta che si chiami, o si faccia chiamare manager? Basta che abbia venduto hamburger e Coca Cola?

Giorni fa ho conosciuto un gentile signore di Philadelphia che si chiama Peter Gould. Un economista che, dopo una vita passata ad amministrare banche e società, ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla cultura. Anzi, all’archeologia. Usando le proprie competenze passate per occuparsi di gestione di siti e musei archeologici, e di come questi possono influire positivamente sulla vita sociale ed economica di chi ci vive. E cos’ha fatto a tale scopo il signor Gould? Si è preso un bel PhD in archeologia, ovvio! E’ tornato a studiare perché un buon manager culturale deve sapere dell’uno e dell’altro. Questa è la vera archeologia pubblica, nei paesi dove si sa fare. Dove si formano persone che sanno gestire, come del resto comunicare, ma conoscono anche a fondo il museo o il monumento che gestiscono.

Neppure in Italia mancano invero persone così. Solo che le istituzioni non lo sanno, o non vogliono saperlo. Mettila come ti pare, sono comunque indietro anni luce rispetto a chi nei beni culturali è “in”. E non basta un decreto raffazzonato (l’ennesimo…) a mostrare che ci si è messi al passo coi tempi. Non basta usare le parole magiche: foto libere e manager. Servono esperti, ma esperti veri, che sappiano gestire e comunicare al meglio, con serietà e professionalità, le nostre immense bellezze.

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