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Archive for the ‘Comunicare la storia’ Category

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Area archeologica centrale di Roma, ecco in sintesi le risoluzioni della Commissione congiunta Stato-Comune, rese note ieri:

  • via dei Fori imperiali resta lì dov’è e diventa un’area pedonale, con una sola corsia di transito per i mezzi pubblici;
  • si torna a passeggiare liberamente al Foro romano, ripristinando una sacrosanta e illuminata decisione di Adriano La Regina;
  • accesso al Palatino anche da via dei Cerchi, trasformando l’area adiacente in hub d’accesso per i grandi gruppi turistici;
  • ripristino dell’arena del Colosseo (proposta Manacorda) e del collegamento con il Ludus Magnus.

Ora che persino gli esperti hanno detto chiaro e tondo, senza se e senza ma, cos’è meglio per la città, signor Ministro e signor Sindaco, cosa aspettate? Fate!

Con una preghiera per il Ministro: nel suo comunicato, un’altra volta, sia preciso. Nel titolo ha parlato di Fori imperiali per indicare tutta l’Area archeologica centrale, come pars pro toto, immagino. Ma perché citare ciò che non è neppure di sua pertinenza? È autogol bello e buono, signor Ministro, e l’ennesimo se mi posso permettere. Nel 2015, la prego, un buon proposito: fare più attenzione!

Ancora auguri di Buon Anno a tutti!

I Fillelleni

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E’ stato una riflessione di Giuliano Volpe intervenuto a Roma alla presentazione del volume di studi e ricerche dedicati ad Adriano e la Grecia a sollecitarmi la curiosità: “Solo il 3% dei Luoghi del Cuore del FAI sono siti archeologici” ha detto con tono preoccupato il Presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici; soggiungendo che, nonostante noi addetti ai lavori si sia portati a credere il contrario, i monumenti archeologici restano sostanzialmente distanti ed estranei al comune sentire e al cuore degli Italiani.

Sono andata a scartabellare…Ogni due anni il FAI (Fondo per l’Ambiente italiano) organizza un censimento dei luoghi di interesse storico-artistico più amati nel nostro Paese. Al termine, spogliate migliaia di schede, colosseo 1si provvede a redigere un elenco. Alcuni dei siti prescelti, potranno essere restaurati.

Giusto, sbagliato, fondi pubblici, interventi privati… Si tratta certo di una lodevole iniziativa che, volutamente, parte dal basso. La parola è restituita ai cittadini, valorizzazione e tutela si muovono sulla scia delle segnalazioni dalla gente. Non è più un lontano Ministero dei Beni Culturali e del Turismo che, da lontano, decide cosa, quando e come procedere con segnalazioni ed eventuali interventi conservativi e di fruizione, ma chi nel territorio ci è nato, ci vive, ci passeggia, ci spende le sue giornate a segnalare scelte e necessità.

Quarantacinque ad oggi le realtà monumentali che, “curate” dal FAI, sono state restituite alla cittadinanza: il parco ed il castello (altro…)

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E’ la prima volta che il British Museum presta una delle sculture del Partenone, e lo fa per la mostra che celebra i 250 anni di vita dell’Hermitage di San Pietroburgo. La raffigurazione del fiume Ilissos dal frontone occidentale del tempio si ammirerà da domani e fino al 18 gennaio in riva alla Neva. Meglio non chiedersi le motivazioni di tale prestito epocale, anche perché basta leggere le dichiarazioni di Neil MacGregor, direttore del British Museum, per capire che si arrampica sugli specchi: parla della lunga tradizione di prestiti del Museo, e di una comunanza di ispirazione e di intenti tra il British e l’Hermitage. Dice che la scultura rappresenta l’origine degli ideali comuni a tutta l’Europa. Della serie: siamo grandi musei storici, diamoci una mano.

E aggiunge: “So, when our colleagues at the Hermitage asked if we might also make an important loan to celebrate their 250th anniversary, the Trustees immediately answered yes. And no loan could more fittingly mark the long friendship of our two houses, or the period of their founding, than a sculpture from the Parthenon“. Nulla meglio di una scultura del Partenone: ma va! Cosa c’entra, però, con l’Hermitage? Solo perché è un “important loan” entrato al Museo alla sua fondazione? E’ giustificazione debole, debolissima, specie di fronte a chi chiede quei Marmi da tempo, e per ragioni scientifiche e sociali ben più fondate.

La notizia è rimasta segreta fino a oggi, per ragioni intuibili. Ma ora cosa accadrà?

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Ci siamo finora astenuti dal commentare gli spettacolari rinvenimenti di Anfipoli (Macedonia orientale), ma adesso, dopo che da Fig, 1mesi un’intera nazione sta con il fiato sospeso ed attende la prosecuzione degli scavi con la stessa ansia con la quale, in genere, si aspetta il risultato della partita di calcio della squadra del cuore, è tempo di dire qualcosa.

Proviamo innanzi tutto a riassumere le puntate precedenti. E’ stato detto e scritto di tutto, di più. Se ne deduce che l’archeologia (questa Cenerentola del mondo accademico), in realtà, è ancora assolutamente capace di catturare, anche per mesi, l’attenzione dei media. E non solo dei media fig. 2di una piccola nazione come la Grecia, perché le notizie sui rinvenimenti di Anfipoli sono rimbalzate sui quotidiani e sulle televisioni di tutto il mondo. Se ne deduce altresì che la buona vecchia etica professionale, quella che vorrebbe che prima di parlare, di rilasciare interviste, di lanciarsi in ipotesi bizzarre ancorché infondate, l’archeologo abbia studiato, abbia letto, abbia fatto riscontri bibliografici, sta a zero.

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In un accorato appello, circolato oggi via mail tra gli studiosi del mondo classico, sono state rese note le decisioni prese ieri dal La sede diell'Istituto archeologico svedese, ad Atenegoverno svedese. Dal 2017 gli Istituti archeologici svedesi di Atene, Roma ed Istanbul non avranno più finanziamenti statali. Dal momento che tali Enti hanno finora goduto di finanziamenti pubblici, sarà molto difficile -per non dire impossibile- che riescano ad organizzarsi e a sopravvivere. Si lamenta inoltre come la decisione, un vero e proprio colpo mortale all’educazione ed agli studi classici del paese nordico, sia stata presa in modo del tutto unilaterale ed in totale assenza di consultazioni.

Gli istituti svedesi chiedono a tutti di sottoscrivere la petizione:

http://www.namninsamling.com/site/get.asp?Medelhavsinstitut#.VElipDs-IkA.facebook

Con preghiera di massima diffusione.

Noi che tante volte abbiamo lanciato appelli e petizioni per difendere le Istituzioni italiane non possiamo non essere solidali.

Con una chiosa che potrà sembrare anche banale. Come evidente, data la ricchezza della Svezia, non è certo la crisi economica a poter essere chiamata in causa come responsabile della chiusura di tali prestigiose istituzioni culturali che operano in tutto il Mediterraneo. E’ piuttosto la cultura classica in quanto tale, ad avere capitolato e a vedersi rottamata.

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19Roma festeggia il bimillenario di Augusto, ma il Mausoleo resta chiuso“. Questo il titolo di un’Ansa di ieri, seguita oggi a ruota dal Giornale. Pare quasi un autogol del ministro Franceschini, visto che gli articoli sono usciti a seguito della conferenza stampa per presentare le molte iniziative statali in occasione del bimillenario dalla morte dell’imperatore Augusto. Ce l’ha messa tutta la soprintendente Mariarosaria Barbera, alla conferenza, a spiegare che il Mausoleo è di pertinenza comunale, e dunque la domanda non doveva essere rivolta a lei ma al sindaco Marino. Ma purtroppo noi gente comune fatichiamo a capire perché ci viene sbandierata una conferenza sul “Bimillenario Augusteo” dove non si parla neppure del Mausoleo. Fatichiamo a credere che, dopo decenni passati a mettere in piedi costosissimi “comitati per le celebrazioni” di pinco pallini qualsiasi, ora l’Italia non abbia avuto il tempo di pensare a colui che, di fatto, l’Italia ha creato e l’ha resa padrona del mondo.

Così ora le iniziative non mancano, ma manca un coordinamento, una cabina di regia che tutto unisca nel nome di Augusto, che spinga il mondo intero a venire quest’anno in Italia, e in particolare a Roma, per ammirare la Roma di Augusto. La città che egli ricevette di mattoni e lasciò di marmo. Dovremmo essere sommersi – adesso e non in autunno – da gente che segue itinerari augustei in lungo e in largo per la città. E invece non c’è nulla neppure un volantino. E poi parliamo di voler incentivare il turismo… (altro…)

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Porta d'accesso a Gla, foto di F. Polacco

Porta d’accesso a Gla, foto di F. Polacco

Una bella sorpresa in Beozia: la racconta Fabrizio Polacco su Osservatorio dei Balcani. I cittadini di un paesino, riuniti in un sillogo (più o meno il corrispondente della nostra Pro Loco), hanno deciso di curare loro il vicino sito archeologico, vista l’assenza delle autorità competenti. Prima si sono rivolti a tutti: comune, regione, ministero della cultura e del turismo, ma in tempi di crisi nessuno era in grado di fare alcunché. Così si sono rimboccati le maniche, ciascuno ha offerto qualcosa, e ora si può passeggiare comodamente tra sentieri e rovine non solo dell’antica acropoli di Akrefnio, il paese “virtuoso”, ma anche del vicino santuario di Apollo Ptoo e tra le mura della cittadella micenea di Gla. Lì è tutto pulito o ordinato come non era mai stato: Polacco narra di esservi passato una decina di anni fa ma di non aver potuto visitare nulla perché i siti erano inaccessibili.

Ecco cosa può fare una comunità, se lo vuole davvero, e se c’è qualcuno capace di indicare a tutti un obiettivo utile: può curare la manutenzione ordinaria delle vestigia del proprio passato, e guidare i viandanti e raccontare loro le storie antiche e moderne com’è accaduto a Polacco. Una comunità può sentire le rovine antiche come proprie perché parte della propria storia, e sentire il dovere di conservarle, tenerle pulite o ordinate al pari della piazza del paese o delle case. Può capire che non c’è differenza tra antico e moderno perché è tutto “casa”, ambito della propria vita. In questi luoghi meravigliosi l’archeologia, o l’antico in generale, “fa” la comunità, crea in tutti senso di appartenenza e una missione comune. Non sono pochi, questi luoghi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Ma sono ancora troppo pochi per salvare e dare un senso a tutte le nostre antiche beltà.

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