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Archive for the ‘Enti di ricerca a rischio’ Category

Riceviamo da un Collega e volentieri pubblichiamo:

Ne ho contati 404. Tanti sono finora i ricorsi contro l’ASN passati dalla terza sezione del TAR del Lazio nel periodo compreso tra il 10 marzo ed il 19 luglio. Ce ne fig. 1sono altrettanti in attesa e le file di chi aspetta continuano ad ingrossarsi.  E’ forse ancora presto per cercare di tirare qualche somma…Ma noi, pur non essendo pervasi da sacro fuoco per i numeri, proveremo ugualmente a cimentarci.

Le prime ordinanze sono degli inizi di marzo, ma a causa del loro alto numero la 3° Sezione del TAR del Lazio fa oggettiva difficoltà a smaltire il contenzioso ed è in grande ritardo. Per dirla in altri termini, (altro…)

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Cari lettori,

giusto ieri l’altro avevamo parlato dell’Europa e della cultura. Dell’auspicato logosed auspicabile rilancio -anche grazie alla riunione parigina dei Ministri europei- di progetti e di programmi comunitari.

Le Capitali europee della Cultura, la mobilità studentesca con Erasmus e poi niente più. Nessun nuovo progetto comune dagli, ormai lontani, anni ’80. La cultura sacrificata, travolta ed ammutolita dall’euro, dalla finanza, dal rigore dei conti e dalla crisi.

Ieri, un articolo comparso sul Manifesto ci ha messo bruscamente davanti ai fatti; ai problemi che affliggono le più importanti istituzioni culturali del nostro Paese.

Ancora una volta il Direttore della Scuola Archeologica Italiana, Prof. Emanuele Greco, si vede costretto a lanciare un appello per la salvezza dell’Ente che dirige. Ancora una volta i tagli di bilancio imposti dal nostro Ministero mettono a rischio la sopravvivenza stessa della famosa e prestigiosa Istituzione.

Quanti di voi fossero interessati a dare un concreto, prezioso, aiuto alla Scuola Archeologica italiana di Atene possono trovare ulteriori informazioni al seguente link:

http://www.scuoladiatene.it/index.php?option=com_content&view=article&id=122&lang=it

GRAZIE !

La Redazione di Filelleni

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E‘ bell ma n’abball” = è bella ma non balla

Ieri mentre si passeggiava nel centro storico di Napoli, tra il Museo Archeologico Nazionale e piazza Bellini, si veniva travolti da pittori, fotografi, scultori, ballerini capaci di gettare chiunque nel vortice del colore, della musica, delle forme, della danza. Si stava svolgendo l’iniziativa appArtissima: tanti artisti che esponevano, suonavano, recitavano liberamente nelle strade, nei palazzi, nei negozi, nei locali pubblici e sui balconi della città. Due giorni di festa tra mostre, installazioni, concerti e tanti altri eventi dinamici e colorati.

Scendendo dal Museo Nazionale, anch’io sono stato travolto da un’ondata di giovani danzanti: li ho seguiti affascinato lungo via Costantinopoli, mentre circondavano il palazzo dell’Accademia di belle arti e la galleria Principe Amedeo.

Siamo sempre nell’ambito di iniziative che si tengono con molta naturalezza in tutto il mondo e che segnano la voglia di riappropriarsi degli spazi e di rendere l’esperienza artistica un fatto quotidiano.

Una cosa mi ha sconvolto, letteralmente infastidito: l’80% dei pedoni, automobilisti, motociclisti non risparmiava epiteti poco lusinghieri ai danzatori o agli artisti in generale. Molti in modo colorito si interrogavano sulla necessità dell’operazione, altri esponevano in modo plateale i disagi arrecati alla circolazione dai movimenti sinuosi, altri ancora sbeffeggiavano qualsiasi cosa fosse al di fuori della visione del mondo personale e infine molti  rimanevano anestetizzati ad ogni stimolo.

Mi è sembrato proprio un brutto segnale, un’incapacità ad accogliere qualsiasi cosa sia diverso da una quotidianità “brutta” a cui ci si è assuefatti.

Spesso capita così che si trovi conforto al degrado moderno attraverso il recupero di un passato nostalgico e idealizzato. Mai visti tanti giovani neoborbonici, che appena escono da Napoli rimpiangono caffè, pizza e il sole, e contestualmente non osano indignarsi del fatto che nella periferia della città si può essere uccisi per sbaglio, per un errore, come capitato a Mariglianella pochi giorni fa.

Stanotte, proprio dove ieri i giovani ballavano, si è compiuto l’ennesimo furto ai danni del patrimonio di opere custodito dall’Accademia di Belle arti di Napoli.

“A poco più di una settimana di distanza dall’asporto di reperti archeologici di valore custoditi nello storico edificio di via Santa Maria di Costantinopoli, i ladri hanno utilizzato ancora una volta i ponteggi che da oltre un anno ingabbiano la facciata per introdursi, forzando una finestra, al primo piano ed entrare nell’ufficio economato, dal quale hanno portato via monitor e pc. I locali non sono video sorvegliati”.

Non ho potuto non riconoscere un nesso tra i due fatti avvenuti nello stesso luogo.

L’accademia custodisce calchi, reperti e opere di straordinario valore ed è un istituto di cultura trascurato e dimenticato oramai da troppo tempo. La direttrice Giovanna Cassese è stremata e per questo capace di denunce dirette ed esplicite.

Da il Mattino

Nella totale indifferenza del Provveditorato alle Opere pubbliche – si legge – e della Soprintendenza ai Beni architettonici, enti preposti alla salvaguardia dei beni culturali e demaniali,  l’Accademia di belle arti questa notte, a soli 4 giorni di distanza, dall’increscioso episodio di furto,  è stata nuovamente bersaglio di intrusione  da parte di ignoti, introdottisi tramite le impalcature che circondano l’edificio.  Grazie alla tempestività dell’intervento delle forze dell’ordine sono stati sottratti solo due monitor all’interno degli uffici dell’Economato”.

La città di Napoli è forse chiusa da troppi recinti: quelli istituzionali e fisici che soffocano l’Accademia divenendo l’ingresso per rubare le cose preziose al suo interno, e i recinti della società autoreferenziale che vive a compartimenti stagni:  nessuno si tocca, nessuno si sfiora, ognuno diffida del prossimo, rassicurato dalla “normalità”.

Forse è giunto il momento di capire che non c’è nessuna differenza tra chi ha rubato nell’Accademia – nella completa indifferenza delle istituzioni – e chi non ha aperto il cuore guardando i giovani che danzavano, dipingevano e coloravano la città.

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L’ultima accusa è dell’onnipresente censore Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano di sabato scorso: “Quanti sono i musei chiusi, in Italia? Ci sono quelli chiusi perché sono nati male (il Madre di Napoli, creatura del clientelismo bassoliniano), quelli ostaggio della cattiva amministrazione (clamoroso il caso del Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, che ha sfrattato i suoi inquilini più celebri: i Bronzi di Riace)” etc etc. “Cattiva amministrazione”, “caso clamoroso”, Bronzi di Riace “sfrattati”: non se ne può più di queste frecce lanciate ad arte, frutto di pregiudizio e ignoranza. Certo, il museo di Reggio doveva riaprire l’anno scorso ed è ancora chiuso perché i finanziamenti aggiuntivi per la ristrutturazione si sono fatti attendere. Senza soldi nulla si fa, ma quello del museo di Reggio è un problema nazionale, oltre che locale, e la proverbiale inerzia calabrese c’entra ma fino a un certo punto. Tant’è vero che nel frattempo i Bronzi sono esposti in mostra a palazzo Campanella e li visitano in molti, circa 130.000 persone l’anno: non è vero che “non li vede quasi nessuno” come ha scritto tempo fa Maria Pia Guermandi sul Venerdì di Repubblica, e come lei moltissimi altri. E comunque la soprintendente Simonetta Bonomi, supportata da un attivissimo comitato civico, sta facendo i salti mortali per portarli nuovamente al museo anche prima della conclusione dei lavori. Tra qualche mese li rivedremo nella loro sala e non alla Royal Academy of Arts di Londra che li aveva richiesti per la mostra “Bronze” (anzi ne aveva chiesto uno solo, per limitare i costi). Non li vedremo neppure in mostra a Firenze (e concediamo al sottosegretario Roberto Cecchi il beneficio della boutade agostana). Grazie al no secco di Bonomi i Bronzi rimangono in Italia e a Reggio, mentre i vicini siciliani stanno facendo prendere il volo al loro Satiro danzante, sempre alla volta di Londra per la medesima mostra dove mandano anche l’Ariete di bronzo del Museo Salinas. E l’Auriga di Mozia è ora al British Museum in buona compagnia nella sala dei Marmi Elgin, poi volerà negli States e non si sa ancora bene quando lo si rivedrà. Queste sono le vere follie da denunciare, molto più dei ritardi reggini.

Bisogna denunciare i moltissimi casi di cattiva gestione dei beni culturali nel nostro paese, che in questi tempi di crisi stanno mostrando tutte le loro pecche. L’articolo di Montanari riassume la storia del Santa Maria della Scala di Siena, museo nato per un’idea forte mai attuata, che ora ha inevitabilmente rischiato la chiusura. Ma oltre al diffuso utilizzo allegro dei beni culturali come vetrina politica e senza un progetto lungimirante, di cui il Santa Maria della Scala è un esempio, ci sono anche progetti culturali di indubbio valore ma gestiti forse con troppa disinvoltura o in modi non più adatti ai tempi. Così, per esempio, l’Isiao è commissariato e non si contano i musei e le biblioteche sfrattati, chiusi o a rischio chiusura. Oltre a levar giustamente gli scudi per difendere queste benemerite istituzioni, oltre a metter mano al portafoglio solo per prolungare la loro agonia, vogliamo almeno chiederci se potrebbero essere amministrate diversamente? Non si tratta solo di avere i conti in ordine o meno, bensì di realizzare che non siamo più nell’Ottocento ma nel Duemila. Che oggi le Fondazioni, per dirne una, non sono uno spauracchio ma potrebbero anzi diventare uno strumento agile e duttile di gestione, se concepite in modo sano e non clientelare. Tutto ciò vale ovviamente anche per il Museo di Reggio: a lavori finiti sarà il museo più bello del mondo, e ci auguriamo che venga gestito come tale.

Effe

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Spendereste mai di tasca vostra 834 euro per un libro? Un libro nuovo, mica antico. Normalissimo, 17×24 cm, 2-300 pagine, quasi tutto testo. Per quanto importante sia, la maggior parte di voi non se lo potrà permettere. E allora perché dovrebbe acquistarlo la vostra università? Tanto costa infatti l’annata 2012 (tre volumi) della rivista Quaderni urbinati di cultura classica. Nel 2004 costava 220 euro che era già un prezzo esorbitante, e in otto anni è lievitata progressivamente fino a quasi quadruplicare. Le biblioteche devono dire un sonoro “no”, tanto per cominciare.

Rifletto sul problema grazie a uno scritto di Claudio Giunta, italianista all’Università di Trento, che lui stesso sta facendo girare in rete dopo essere intervenuto sull’argomento in molteplici sedi. Riporto qui sotto il suo documentatissimo testo, per tutte le informazioni e i riferimenti del caso. Giunta ha “scoperto” l’inghippo quando è stato informato dal responsabile degli acquisti della biblioteca di ateneo, ma il problema non è nuovissimo: è iniziato una quindicina di anni fa, come lui stesso rileva. (altro…)

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Lo aveva detto il Ministro e così è stato. Da stamane è possibile partecipare al referendum on line sul valore legale del titolo di studio. Questione complessa al punto tale che la norma, già inserita il 27 gennaio nel Decreto sulle Semplificazioni, è stata stralciata e, al fine di decidere sul da farsi, si è stabilito di ricorrere alla consultazione popolare.

Le modalità sono semplici, semplicissime per il giovane e variegato universo dei navigatori e degli smanettatori on line. Basta andare sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, cliccare sul banner “Consultazione pubblica”, registrarsi ed esprimere la propria opinione. Scadenza: 24 aprile. Dopo tale data e previo consenso degli interessati -che rimarranno rigorosamente anonimi-si provvederà alla pubblicazione dei singoli contributi che saranno tenuti in debita considerazione per future proposte da presentare al Consiglio dei Ministri.

Il questionario si compone di 15 domande che vanno da:” Come giudicate la necessità di possidere uno specifico titolo di studio per poter esercitare una determianta professione?” a “Ritenete che vi siano professioni per le quali il titolo di studio oggi richiesto sia eccessivo rispetto al tipo di prestazione?”; da “Come giudicate le disposizioni dei bandi di concorso che attribuiscono punteggi aggiuntivi a chi ha conseguito un voto di laurea elevato?” a “Come giudicate la necessità che i dipendenti pubblici debbano possedere uno specifico titolo di studio ai fini delle progressioni di carriera?” o infine ancora:”Ai fini di una eventuale differenziazione di titoli di studio nominalmente equivalenti quali valutazioni dovrebbero rilevare?”.

 Abbiamo già espresso il nostro parere negativo (Valore legale della laurea: abolire o mantenere? , Filelleni del 5 marzo). E lo ribadiamo. Non un no assoluto, ma circostanziato. Le novità apparse sulla stampa dopo il post del 5 marzo non sono affatto incoraggianti e, qualora anche ve ne fosse stato bisogno, contribuiscono a rafforzare l’ opinione già espressa. Si va dal drastico calo degli iscritti ai corsi Universitari degli ultimi anni (La grande fuga dall’Università ci va solo il 60% dei diplomati, La Repubblica 12 marzo 2012), alle notizie odierne sulla battaglia che torna ad accendersi per il rischio di un nuovo, probabile, blocco delle assunzioni che dal 2013 si procrastinerebbe fino a tutto il 2016 (Università, è battaglia sul blocco del turn over, l’Unità). Per contro, nel 2012, la Cina ha deciso di aumentare del 26%, rispetto al solo anno passato, la quota di investimenti in ricerca

E se la consultazione on line fosse solo un  mezzo escogitato dal Governo tecnico per pulirsi la coscienza e scaricare sull’opinione pubblica il peso e la responsabilità del palese conflittto di interessi? Di sicuro la presenza, nella compagine governativa, di un vice-rettore e di due Rettori di Università private (Paola Severino LUISS; Lorenzo Ornaghi Cattolica; Mario Monti Bocconi)  non lascia e non può lasciare indifferenti…

A pensar male si farà pure peccato….Solo una massiccia partecipazione che si esprimesse in modo contrario potrebbe forse essere in grado di disinnescare la miccia.

Elle

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Gherardo Gnoli è morto ieri sera. Ricordiamo il gran signore ancor prima dell’iranista di fama mondiale, lo studioso di religioni iraniche, l’accademico dei Lincei e di mille accademie al mondo, lo storico presidente della Società italiana per la Storia delle religioni, e presidente dell’Isiao, l’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente.

Un signore d’altri tempi, di vecchio stile, che forse non ha saputo adeguare un istituto prestigioso come l’Isiao alle esigenze del XXI secolo e della crisi economica. Ma signore al punto da farsi da parte quando, nel giugno scorso, si è ventilata la possibilità di un commissariamento. E cosa si è fatto all’Isiao da allora a oggi? Una cosa è certa: senza Gnoli, i 18 dipendenti dell’istituto sono da giugno senza stipendio. E stiamo parlando di dipendenti statali che hanno ottenuto quel posto vincendo un concorso pubblico. Il commissariamento è stato poi reso effettivo solo a dicembre, e da allora nessuna decisione è stata presa. Alla Farnesina dicono che bisogna prima valutare a quanto ammonta effettivamente il “buco” prima di agire, e intanto quei diciotto sono alla fame. Comunque, si parla di un debito attorno ai 4 milioni di euro. Non sono pochi, certo. E per sanare quel buco, si potrebbe rischiare di fare grossi danni.

L’Isiao è nato nel 1995 per la fusione di due gloriose istituzioni della Repubblica: l’Ismeo, Istituto italiano per il Medio e l’Estremo oriente fondato da Giuseppe Tucci nel 1933, e l’Iia, l’Istituto italo-africano fondato nel 1906. Porta un’eredità di studi sulle civiltà antiche asiatiche e africane di valore immenso, e ha sempre continuato a fare ricerche, mostre, corsi di lingua, a conservare il proprio patrimonio archeologico e librario, a intrattenere rapporti con studiosi e governi di mezzo mondo. Perché ancora oggi, nel mondo, l’Italia è richiesta soprattutto per la sua competenza in fatto di beni culturali. Ancora oggi in certi paesi, proprio grazie all’Isiao, l’Italia vince. Come scrisse tempo fa Sergio Romano sul Corriere della Sera, ricordando i suoi tempi alla Farnesina, “vi erano paesi dell’Asia in cui l’Ismeo (allora era ancora tale, ndr) significava Italia”. E merita leggere per intero quanto Sergio Romano ha scritto sull’Isiao.

Saprà il commissario della Farnesina mantenere in vita questo patrimonio di relazioni internazionali ad amplissimo raggio? E saprà conservare l’immenso patrimonio materiale accumulato dall’Isiao? Stiamo parlando di una biblioteca forse unica al mondo, una collezione archeologica impagabile, archivi straordinari con documentazione grafica e fotografica di tutte le attività di ricerca condotte dall’Italia nei passati decenni. Ci sono, per esempio, carte geografiche dell’Africa storiche e strepitose. Materiali di siti iranici e afgani che sono al momento gli unici disponibili per gli studiosi di quelle terre. Persino ceramiche tailandesi in deposito da Philadelphia che, se trascurate, possono rischiare di generare un contenzioso internazionale. L’Isiao è dunque una vera miniera di beni e conoscenze che proprio in questo momento andrebbe “scavata” e fatta conoscere a tutti, anziché messa da parte. Ci auguriamo che il commissario del Ministero degli Esteri sappia fare tutto ciò. Anche nel ricordo di Gherardo Gnoli.

Effe

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Sembrano quasi i tre tenori. O i tre moschettieri. Oggi i ministri Ornaghi, Passera e Profumo hanno scritto al Sole 24 ore per dire che il nostro paese deve investire di più in cultura e cambiare le proprie politiche culturali. Che dire? Belle parole. Bellissime. Ora attendiamo i fatti.

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