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Archive for the ‘Libri per l’estate’ Category

51gzNLgiFkL._Cristoforo Gorno è venuto a trovarmi un giorno per portarmi i suoi due romanzi. Non lo conoscevo, l’avevo incontrato il giorno prima grazie a un’amica comune e avevo pensato che avesse una faccia buona. A casa mia ha raccontato poche cose di sé ma le ho ritrovate tutte nel suo ultimo scritto In me io mi salvo. Non so fino a che punto sia autobiografico, ma lo è molto. Di quell’incontro ricordo bene gli occhi di Cristoforo mentre mi faceva capire che stava per diventare papà. Non me l’ha detto direttamente, quasi non ci credesse ancora neppure lui, ma i suoi occhi brillavano di un bagliore complesso, inconsueto, direi magico. Come se quella paternità fosse il traguardo unico e insostituibile di una vita. Ora che ho letto il libro, credo lo sia davvero.

È un libro duro, crudo, potente e penetrante. Scritto col ritmo e la dolcezza di una fiaba, una fiaba a lieto fine, che però nulla concede lungo la via. È una storia di salvezza da un passato molto oscuro, una storia al limite dove il protagonista Bino-Cristoforo riacquista finalmente fiducia in sé e negli altri. E non è più solo. D’improvviso riesce a captare le voci attorno a sé che prima non sentiva. Voci in forma di novelle come le Mille e una notte, uscite dal nostro passato più lontano (eh sì, Cristoforo sa “legger di greco e di latino”) come dal presente. E le voci lo accompagnano, lo guidano, lo costringono a riflettere o a distrarsi. Lo aiutano a uscire dal guscio e aprirsi al mondo, a imparare ad amare.

Forse tutti noi ci dobbiamo salvare da qualcosa. Siamo tutti un po’ soli. Non servono grandi peccati per vivere la profondità della solitudine, magari voltando le spalle a chi ci ama e ci aiuta. Eppure la salvezza è là, di fronte a noi, e basta solo ascoltare le voci che portano a lei. Ma ascoltare, si sa, è l’arte più difficile che c’è.

Questa fiaba delicata, soave e spietata, si legge tutta d’un fiato. E non si scorda più.

Imprimatur, 112 pagine, 11 euro

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E’ da poco uscito l’ultimo romanzo della trilogia che Petros Markaris aveva deciso di dedicare alla crisi economica ellenica. Così dopo Prestiti scaduti (giugno 2011) e l’Esattore (luglio 2012) ecco, Fig. 1puntuale agli inizi dell’estate, La resa dei conti.

In greco, in realtà, il titolo originale dell’opera è Pane, Istruzione, Libertà: il motto ed il comunicato della radio libera degli studenti del Politecnico ai tempi della dittatura dei Colonnelli. I fatti sono ben noti e, grazie ai media, li ricorda anche chi è troppo giovane per averli conosciuti di persona. Erano le 3 del mattino del 17 novembre 1973 quando un tank sfondò i cancelli del Politecnico di Atene che gli studenti avevano occupato da qualche giorno per protesta contro la giunta militare. 42 i morti durante lo sgombero e gli scontri che seguirono. Furono proprio i fatti del Politecnico e le vicende di Cipro a decretare, otto mesi dopo (23 luglio 1974), la fine della dittatura.

I protagonisti sono ancora loro come li conosciamo da sempre: il commissario Kostas Charitos che, a causa della crisi, si vede costretto a lasciare la sua amata SEAT nel parcheggio del distretto ed a servirsi dei mezzi pubblici; la moglie Adriana che si destreggia tra spesa e cenette all’insegna del risparmio più assoluto, soprattutto ora che, uscita la Grecia dall’euro e bloccato il pagamento degli stipendi per tre mesi, la crisi è arrivata anche a tavola; la figlia Caterina che con la collega Mania ha deciso di aprire uno studio per dare assistenza ai tossicodipendenti. Tanto reali che se non fossero personaggi fittizi penseresti di poterli incontrare per strada.

E su tutti la grande e vera protagonista: Atene. La metropoli sconfinata, caotica e spesso in preda ai disordini ed alla protesta sociale. Nelle piazze  e nelle strade immigrati extracomunitari, Greci ridotti in miseria e picchiatori dell’estrema destra sono i protagonisti incontrastati del malessere e della crisi di un popolo intero.

Ma cosa c’entra tutto questo con Pane, Istruzione e Libertà? Quale il legame tra i fatti di ormai 40 anni fa e la fig. 2tragicità dell’oggi? Sono proprio tre ex rivoluzionari, tre eroi del Politecnico, ad essere uccisi e, sui loro corpi, il messaggio di rivendicazione che viene lasciato è sempre lo stesso: Pane, Istruzione e Libertà, appunto. Non è certo nostra intenzione rendere nota la trama del giallo. Lo spunto di riflessione a margine si incunea piuttosto in uno dei risvolti più angoscianti della crisi attuale, certo non solo di quella greca.

E’ inevitabile il confronto o piuttosto lo scontro tra chi al Politecnico è stato e, caduto il regime dittatoriale, ha approfittato di quella ribalta per farsi strada con ogni mezzo e chi invece vive l’oggi, senza lavoro e senza speranza, se non quella di migrare. E’ inevitabile il confronto o piuttosto lo scontro tra una generazione che ha avuto mille occasioni ed opportunità ed è vissuta bruciando tappe e traguardi e chi, oggi, fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.

Al di là del Commissario Kostas Charitos, di Adriana, del traffico caotico di Atene, delle manifestazioni di At Democracy Doorprotesta, degli extracomunitari, dei picchiatori fascisti, il romanzo mette in scena lo scontro tra due generazioni di padri e di figli. E tra questi ultimi, accanto a chi cerca soluzioni per sopravvivere comunque, c’è chi giudica, critica e censura l’operato dei più grandi.

La riflessione, sospinta anche dal vento della crisi, risulta di estrema attualità anche per quei Paesi che di studenti-eroi, negli scontri del Politecnico, non ne hanno avuti.

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Processo di Giusta COPChi ricorda la storia di Giusta? E’ nota grazie ad alcune tabulae ceratae trovate nella Casa del bicentenario a Ercolano. Giusta è figlia di Petronia Vitale, e dice di essere nata libera quando la madre era già stata affrancata dal padrone Caio Petronio Stefano. Madre e padrone però sono oramai defunti, mancano documenti che provino l’ingenuitas di Giusta, e la moglie di Petronio Stefano, Calatoria Temide, sostiene invece che Giusta è nata quando la madre era ancora schiava in casa sua. E’ tutta una questione di soldi perché pare che Petronia Vitale, col tempo, abbia raccimolato un bel po’ di beni e denari: se Giusta fosse nata schiava, Calatoria Temidene sarebbe l’erede. Ma per Giusta è anche e soprattutto una questione di dignità, di non essere obbligata a nessuna forma di obsequium verso la presunta antica padrona. Le tabulae raccolgono testimonianze di diversi testimoni ma non dicono nulla sull’esito del processo, discusso addirittura a Roma.

Chi ricorda la filosofa Vibia Tirrena, protagonista delle scoppiettanti Ragazze di Pompei di Carmen Covito? Il Processo di Giusta è la sua nuova prova, il nuovo problema da risolvere, ed è anche un nuovo regalo di Carmen per chi ama il suo scrivere d’antico. E’ un racconto breve ma tessuto con la consueta ironia, la profonda (ma mai esibita) conoscenza dei luoghi e della storia, i pungenti rimandi al presente. Le Ragazze sono sicuramente più sorprendenti e divertenti, mentre in Giusta la storia procede più lineare e forse quasi scontata, ma il colpo di scena comunque non manca. Insomma leggetela, sotto l’ombrellone in traghetto o in poltrona. E buttatevi a pesce anche sulle Ragazze, se non l’avete ancora fatto. Merita davvero.

Barbera editore, pagine 96, euro 9,90

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51vNHTdx31LSaranno in libreria da domani due nuovi volumi della collana tematica di 24 ore Cultura su Pompei. Sono curati con il consueto garbo dai bravissimi redattori che non smetterò mai di elogiare, e dunque meritano anzitutto perché sono oggetti bellissimi.

Quanto al contenuto, con Fabrizio Pesando abbiamo mantenuto il taglio divulgativo e la volontà di proporre interrogativi e idee poco consueti.

Nel mio breve saggio sull’egittomania a Pompei, per esempio, accenno tra l’altro ad analogie un po’ fuori dagli schemi tra l’antica Iside e la nostra Madonna di Pompei. Se avrete la bontà di leggere, ditemi che ne pensate.

515I079S9oL._Buona lettura!

Pompei. Nel segno di Iside di Cinzia Dal Maso e Pompei. L’arte di abitare di Fabrizio Pesando sono entrambi rilegati, hanno un’infinità di immagini strepitose e costano 22,90 euro.

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Nanà, annusando voluttuosamente e socchiudendo le palpebre appesantite dal trucco, sussurrò con voce flebile il solito ritornello: «Che cos’è? Cosa sarà? Sono coralli, coralli di riccio di mare annegati in un cucchiaio d’acqua dell’Egeo». «E la ricetta? La sai la ricetta?» domandava Damocle, ricevendo sempre la stessa, rituale risposta: «Mettere in una terrinetta dieci ricci, due raffiche di meltemi e una goccia di limone»

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Finalmente è uscito in Italia LE RELAZIONI CULINARIE, scritto da Andreas Staikos. Perfetto per conoscere la magia della Grecia e imparare tante ricette seducenti.

Damocle e Dimitris abitano nello stesso palazzo. Le porte dei loro appartamenti si affacciano sul medesimo pianerottolo. I balconi delle loro cucine sono divisi da un semplice vetro smerigliato. Troppo poco, per fermare gli effluvi dei piatti prelibati che nascono sui loro fornelli. Un incontro in ascensore e la confessione della comune passione per la gastronomia fa nascere tra i due vicini un’amicizia adombrata dal cupo sospetto di una rivalità amorosa. Dimitris e Damocle si studiano in cagnesco, si eludono, si imbrogliano, stringono patti che nessuno rispetterà, si giocano tiri mancini, si combattono a suon di ricette della più saporita cucina greca (tutte minuziosamente spiegate) per conquistare l’esclusiva del cuore della bella Nanà. Insalata di ricci di mare, involtini di foglie di vite, polpo al vino bianco, verdure ripiene, mussaka… quale piatto sarà in grado di far perdere la testa alla loro amante? Un racconto spiritoso e sensuale scandito da diciassette golosi menù in una guerra fino all’ultimo, amaro boccone.

Andreas Staikos, Le relazioni culinarie, Ponte alle Grazie, traduzione di Maurizio De Rosa, Pagine: 112, Prezzo: € 12.00, In libreria dal: 5 Luglio 2012

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La Grecia reale non è quella che immaginiamo, che abbiamo costruito nei secoli sui libri. Già nell’Ottocento i Filelleni europei andarono a combattere per la libertà di un paese che non riconoscevano, ma anche a noi oggi capita di non identificare nelle vestigia del passato greco la grandezza di Eschilo e Sofocle, Platone e Demostene. Non la troviamo perché spesso in rovina o obliterata da ricostruzioni romane, ma soprattutto perché il nostro immaginario non ha ancora assimilato l’evidente verità che quella grandezza è frutto di un senso estremo della misura. Misura conquistata a fatica, col tempo, individuando le proporzioni più armoniche nelle architetture come nelle arti figurative. Misura che non ha mai osato sfidare la natura ma ne ha tratto rispettosa ispirazione: ha voluto conoscerla in ogni particolare ma senza privarla dell’aura sacra che le compete, per immergersi poi e diventare tutt’uno col paesaggio. Ecco, se si prova a leggere il paesaggio greco con gli occhi e le parole degli scrittori antichi, a calcare la rocciosa terra così come l’hanno calcata loro, si troverà quella corrispondenza che a volte i monumenti isolati possono tradire. In Grecia più che altrove, è il tutto a parlare più dei singoli elementi che lo compongono. Se si apre lo sguardo al tutto, il viaggio in Grecia non deluderà mai.

È l’invito di Giuseppe Zanetto, grecista della Statale di Milano, in un libretto che si aggiunge alla lunga lista dei diari di viaggio nell’Ellade ma lo fa in un momento propizio in cui, invece che disertarla come pare accadere, bisognerebbe anzi frequentare ancor più e aiutare quello che abbiamo eletto a nostro luogo dell’anima. Zanetto non sceglie luoghi particolari ma i più noti, in ciascuno individua un punto di vista, e trasforma il paesaggio davanti ai suoi occhi nella scena di eventi storici, mitici, letterari che acquistano così senso e vita. Non si potrà mai capire perché Eumeo nell’Odissea dice che la natia Skyros sta “là dove c’è il giro del sole”, se non si è visto tramontare il sole da Mykonos proprio dietro l’isola di Skyros. Ed è bello vagar per la Messenia sulle orme di Nestore, sia il giovane pieno di ardore che l’anziano saggio signore di un luogo, Pilo, dove ancora oggi si può vivere una sorta di immersione nel sacro. Mentre spaventa passare sotto la porta dei Leoni di Micene pensando a quando la varcarono Agamennone e Cassandra, forse consapevoli della fine che li attendeva. “La scena (di Eschilo) è pensata qui” azzarda Zanetto. Che guarda Atene dal Filopappo per coglierne con lo sguardo la topografia dal Pireo fino a nord a Colono, e va poi alla Pnice e all’Areopago che sono i luoghi-simbolo della democrazia ironicamente frequentati da pochi, e da lì ricostruisce la profonda integrazione spaziale tra il governo della città, il sacro sull’Acropoli e il mercato profano giù nell’agorà. Inciampa un po’ quanto descrive il sublime paesaggio montano di Vasses che purtroppo è da qualche anno rovinato dall’enorme tendone protettivo del tempio, ma è peccato da poco (e merita ricordarlo senza tendone).

Franco Sartori, rigoroso e lucido storico del mondo antico, soleva cominciare gli esami all’Università di Padova mostrando una cartina muta della Grecia antica e chiedendo l’ubicazione di città, villaggi, monti, fiumi. Chiedeva di spiegare il paesaggio: se non lo spiegavi non cominciavi neppure l’esame, e tutti ne erano terrorizzati. Io non troppo perché ho sempre avvertito il bisogno di collocare gli eventi nello spazio e capirne le dinamiche sul terreno, prima che sulla carta. La geografia di un luogo dice moltissimo del popolo che lo abita, ma il nostro immaginario nato sui libri è spesso troppo pigro per passare alla realtà. Zanetto invita addirittura ad aggiungere suoni, luci, rumori e odori a spazi e prospettive. E la monocromatica carta di Sartori si riempie di colori.

Effe

Giuseppe Zanetto, Entra di buon mattino nei porti, Bruno Mondadori, Milano, pagg. 176, € 16

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Puntuale, come al solito, è uscito da qualche giorno il nuovo romanzo di Petros Markaris. Il secondo, dopo “Prestiti scaduti”, della trilogia che lo scrittore  ha deciso di dedicare alla crisi. E, in questo senso, forse più che di un libro, si tratta quasi di un nuovo capitolo di una storia destinata a continuare.

Sulla sonnacchiosa e monotona routine dell’ufficio di polizia irrompe il primo, plurimo, suicidio: alla periferia di Atene quattro anziane pensionate si sono arrese. Di lì a poco sarà però l’Esattore nazionale a movimentare le giornate del commissario Kostas Charitos che, ormai a pochi anni dalla pensione, è in odore di promozione a vicedirettore della polizia.

Due morti eccellenti uccisi con la cicuta e lasciati nelle aree archeologiche del Ceramico e di Eleusi… Non gente qualsiasi, ma ricchi e potenti evasori che devono al fisco cifre astronomiche. Si scoprono poi le lettere che il misterioso assassino invia alle sue vittime intimando loro di pagare entro cinque giorni: in caso contrario seguirà un “condono tombale” .

Paradossalmente l’omicida-giustiziere che, in pochi giorni, riesce a far rientrare nelle casse dello stato greco oltre 8 milioni di euro di contributi evasi, diventa un eroe acclamato dalla piazza. Lui sta riuscendo là dove lo Stato ha fallito. Sulle sue tracce, in mezzo al palese imbarazzo di politici e ministri, si muoverà a lungo ed inutilmente una task force composta dalla polizia tributaria, dai servizi segreti e dalla divisione dei crimini informatici.

Chiamano Kostas Charitos il Montalbano greco. Il paragone è forse azzardato: troppo diversi sono, per vita personale, familiare e financo carattere i due protagonisti. Vero è però che, come i personaggi di Camilleri ti sembra di averli conosciuti da sempre, così anche il commissario e la sua famiglia risultano da subito incredibilmente reali.

Ti sembra di vederlo Kostas che, a bordo della sua SEAT, cerca di schivare il traffico impazzito di Atene, di evitare le strade chiuse per le manifestazioni; ti sembra di sentirlo il profumo dei ghemista preparati da Adriana;  puoi solo condividere la difficoltà di Caterina che, come tanti giovani –non solo greci- è tentata di migrare via, lontano dal suo Paese, in cerca di un lavoro e di uno stipendio migliori.

Su tutto, ancor più che nel romanzo precedente, troneggia, palpabile, la crisi. Non è una crisi lontana, fatta di freddi numeri, di spread, di borse, di obbligazioni, di istogrammi, ma è la crisi della gente: che non ce la fa ad arrivare a fine mese, che vede i propri figli migliori andare via, lontano, che risparmia sulla spesa di tutti i giorni, che scende in piazza per protestare, che smette di sperare e si uccide.

Elle

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Sono belli, belli davvero. Guardateli e stupite. È raro al giorno d’oggi vedere libri così ben curati e non di lusso, ma alla portata di tutti. È raro trovare professionisti così bravi come i redattori di 24 ore Cultura. Sono una specie in via di estinzione come i panda. Io ho la fortuna di lavorare con loro e sono felice. Per questo faccio una deroga alla mia regola ferrea di non parlare troppo, nel blog, di quel che faccio. Chi si loda si sbroda, come si suol dire. Ma ora desidero lodare a gran voce chi ha fatto i libri assieme a me. Desidero lodare la squadra perché lo merita. Tutti bravi nel promuovere l’idea come nella cura dei particolari, dall’attenzione per la composizione del testo alla scelta delle immagini, dalla grafica preziosa alla non facile (e rara oggidì) armonia tra testo e immagini, dalla bella carta alla stampa raffinata.

Sono libri che raccontano Pompei per temi: la storia urbanistica ed edilizia, la vita nelle case, l’amore, gli dei della città, l’egittomania. Sono libri per tutti, informativi innanzitutto, ma con un taglio sempre originale. Spiegano e raccontano storie, ma aiutano anche a ragionare su quel che si vede tra le mura e le strade della città. Propongono interrogativi e idee come, a mio avviso, ogni racconto sull’antico dovrebbe fare. Li scrive con me Fabrizio Pesando che è archeologo vero e pompeianologo illustre. Io, ovviamente, molto meno.

Sono appena usciti i primi due libri della serie: Pompei. Le età di Pompei di Fabrizio Pesando, e Pompei. L’arte di amare di Cinzia Dal Maso. Costano 22,90 euro, un prezzo giusto.

Per chi vorrà, buona lettura!

Effe

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«Mi sarei spostato a piedi, avrei dormito coperto da mucchi di fieno d’estate, cercando rifugio nei granai quando pioveva o nevicava, e avrei frequentato solo gente di campagna e vagabondi. Una nuova vita! Libertà! Qualcosa di cui scrivere». P.L.F

Tutto ciò che noi vorremmo fare in mille vite, Patrick Leigh Fermor lo ha fatto in una.  Il 10 giugno del 2011 il generale è morto.

Vogliamo ricordarlo con un articolo di RICHARD NEWBURY pubblicato su La Stampa del18/07/2011 –

Paddy Leigh Fermor l’audace colpo a casa del Minotauro

Eroe di guerra e sommo narratore di viaggi, lo scrittore inglese da poco scomparso è celebrato in Grecia come un nuovo Byron

OXFORD
Pochi negherebbero che Patrick «Paddy» Leigh Fermor, morto lo scorso 10 giugno a 96 anni, sia stato «il più raffinato scrittore inglese del XX secolo» o «il più grande narratore di viaggi» o «uno dei massimi eroi della seconda guerra mondiale». C’è una sola parola che si avvicina a racchiuderlo tutto, una parola cretese, levendeia : un amalgama di entusiasmo, arguzia, battute fulminanti, gusto per la vita. Come disse Christopher Hitchens, «finché Fermor sarà letto e ricordato, l’ideale di eroe sarà un ideale vivo».
Fermor era uomo di lettere e di azione, l’uomo rinascimentale per eccellenza: nessuno scriveva come lui, nessuno combatteva come lui. Ed effettivamente solo l’immaginazione di uno scrittore avrebbe potuto concepire e poi attuare l’ardita impresa del tempo di guerra, architettata al Cairo nell’appartamento di una contessa polacca insieme col suo amico, il capitano Billy Moss, e portata sullo schermo nel 1956 da Powell e Pressburger nel film con Dirk Bogarde Colpo di mano a Creta .
Dopo feroci perdite, ventimila paracadutisti tedeschi nell’aprile 1941 avevano preso Creta ai difensori britannici e il maggiore Leigh Fermor, che parlava fluentemente il greco, era stato nominato comandante dei partigiani, il che comportava il travestimento da pastore. Dopo l’8 settembre era riuscito a portar via e nascondere al Cairo, sotto il naso dei tedeschi, il generale Carta. Perché non fare la stessa cosa con un generale tedesco? (altro…)

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“Tu che ne pensi?”, chiede la mia massaggiatrice dopo avermi raccontato la sua ennesima disavventura con l’ennesimo esemplare di maschio narcisoegoista. “Sei stata troppo gentile, troppo arrendevole – rispondo – Avresti dovuto metterlo con le spalle al muro”. “E magari trattarlo male”, aggiungo memore di un recente bestseller: Trattali male. Perché agli uomini piace soffrire. Ma il titolo dell’originale inglese è più eloquente: Treat Them Mean, and Keep them Keen. Eserciti di donne statunitensi e britanniche sono andate in visibilio. “Questo libro diventerà il vostro mantra!” ha sentenziato Vanity  Fair. L’autore? Gerry Stergiopoulos, greco di Patrasso ora residente a Londra. Ha semplicemente messo in pratica un antico proverbio greco: “Gli uomini sono come i francobolli. Per farli attaccare, bisogna sputarci un po’ sopra”. E forse si è ricordato anche un po’ dei suoi lunghi studi di archeologia (Lisistrata?).

Da anni vado predicando per le università dello Stivale che una laurea in archeologia non ti deve far finire per forza con la cazzuola in mano. Che ci sono infinite possibilità, se si ha un po’ di fantasia. A Stergiopoulos di certo la fantasia non manca, e ci sta pure guadagnando un bel po’. Certo, lui è passato pure per il Grande Fratello, insomma è uno che si vuole mostrare, e ha la vocazione da consulente affettivo stile Stanford di Sex and the City. Però…

Ma funzionerà poi? Mio marito dice che a me il suo libro non serve so già come fare. Meglio non replicare… E anche la massaggiatrice è categorica: le ho provate già tutte, ho fatto la gentile, la gattina, la misteriosa, la cattiva, la stronza e chi più ne ha più ne metta. Niente da fare: dopo un po’ gli uomini da me scappano. Beh, nei casi disperati neppure l’archeologo fa miracoli.

Effe

Gerry Stergiopoulos

Trattali male. Perché
agli uomini piace soffrire

Piemme, 2009, pp. 208, euro 9

www.treatthemmean.com

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