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Archive for the ‘Parole’ Category

Fr._Paolo_Dall'Oglio,_Deir_Mar_Musa

Il Vangelo propone una logica di speranza. La logica del Regno di Dio è la logica della carità in tutto e nonostante tutto. Tutto ciò che procede in questa logica – è la nostra speranza – è più forte della morte, partecipa già al Regno eterno”.

Non serve essere credenti per accogliere queste parole di Padre Paolo Dall’Oglio, vergate su un cartoncino con la sua immagine. Non erano tutte credenti le persone che ieri sera si sono raccolte a Roma nella chiesa di San Giuseppe sulla Nomentana, ma anche in molte altre chiese del mondo, a pregare per Paolo a un anno dalla sua scomparsa, e per tutti coloro che soffrono a causa delle guerre. E’ stato un momento di grandi ricordi e grandi emozioni per tutti: nessuno ha parlato ma ciascuno coltivava il proprio personale ricordo di Paolo, e chiedeva in cuor proprio quel che i suoi familiari hanno chiesto nel recente appello: “Chiediamo ai responsabili della scomparsa di un uomo buono, di un uomo di fede, di un uomo di pace, di avere la dignità di farci sapere della sua sorte. Vorremo riabbracciarlo ma siamo anche pronti a piangerlo“.

Paolo era anzitutto “un uomo di pace“, e per la pace tra le religioni si è trasferito giovanissimo in Medio Oriente perché solo da lì, luogo di tanti conflitti religiosi ma anche di infinite convivenze, potevano nascere la concordia e la pace. In Siria, a Raqqa, era tornato clandestinamente un anno fa per un’opera di mediazione dalla quale non ha fatto più ritorno. Continuiamo tutti a sperare di rivederlo, un giorno, e a sperare di rivedere finalmente in quella terra martoriata un po’ di pace.

Per un caso, qualche ora prima della messa per Paolo ero a Palazzo Venezia a vedere la mostra “Siria splendore e dramma“, che Paolo Matthiae e Francesco Rutelli hanno dedicato alla sorte del patrimonio culturale siriano. Una mostra prevalentemente fotografica che racconta con grande sfarzo la storia antica della Siria e l’importanza dei suoi luoghi storici, anche se a volte con poca chiarezza. Lo sfarzo stride violentemente, poi, con il tema della seconda parte della mostra: le devastazioni che le bellezze siriane hanno subito in questi anni di guerra. E stride ancor più per la limitatezza delle informazioni fornite: ci sono foto e video che chiunque può vedere scorrendo il web, anche se senza le musiche di Ennio Morricone. Non c’è l’informazione vera che può essere solo frutto di ricerca: nell’era del data journalism, questa mostra non è riuscita a fornire neppure dati interessanti, utili, importanti. E’ mera retorica e nulla più. Per fare qualcosa di veramente utile per la Siria, quei soldi si sarebbero potuti spendere in modo diverso, magari per aiutare in qualche modo le vittime vere della guerra, umane o materiali che siano.

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8a918d64cc6e3c447d0325a54bff0edc5ee6dDunque, secondo il nuovo decreto legge su cultura e turismo, di cui per ora abbiamo solo un riassunto, possiamo finalmente fare click nei musei dello stivale senza incorrere nelle ire di un custode inferocito, e possiamo pure pubblicare i nostri click dove piaccia a noi, purché senza fini di lucro e a bassa risoluzione. Insomma le Invasioni digitali hanno funzionato, anche se sopra tutto è il clima a essere cambiato. E comunque, che sono poveri click nei musei d’Italia, di fronte alle immagini ad alta risoluzione messe liberamente in rete da grandi musei del mondo, da ultimo il Met, e a fronte del Google Art Project?

E poi arriveranno nuovi commissari, a Caserta e a Pompei (cioè l’attuale direttore generale di Pompei avrà poteri commissariali), e nuovi manager! Wow che bello! Ma non ci sono bastati i fallimenti, pompeiani e non, di commissari e manager? E soprattutto, il cosiddetto manager che competenze avrà? Basta che si chiami, o si faccia chiamare manager? Basta che abbia venduto hamburger e Coca Cola?

Giorni fa ho conosciuto un gentile signore di Philadelphia che si chiama Peter Gould. Un economista che, dopo una vita passata ad amministrare banche e società, ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla cultura. Anzi, all’archeologia. Usando le proprie competenze passate per occuparsi di gestione di siti e musei archeologici, e di come questi possono influire positivamente sulla vita sociale ed economica di chi ci vive. E cos’ha fatto a tale scopo il signor Gould? Si è preso un bel PhD in archeologia, ovvio! E’ tornato a studiare perché un buon manager culturale deve sapere dell’uno e dell’altro. Questa è la vera archeologia pubblica, nei paesi dove si sa fare. Dove si formano persone che sanno gestire, come del resto comunicare, ma conoscono anche a fondo il museo o il monumento che gestiscono.

Neppure in Italia mancano invero persone così. Solo che le istituzioni non lo sanno, o non vogliono saperlo. Mettila come ti pare, sono comunque indietro anni luce rispetto a chi nei beni culturali è “in”. E non basta un decreto raffazzonato (l’ennesimo…) a mostrare che ci si è messi al passo coi tempi. Non basta usare le parole magiche: foto libere e manager. Servono esperti, ma esperti veri, che sappiano gestire e comunicare al meglio, con serietà e professionalità, le nostre immense bellezze.

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imagesPerché le opere conservate al Museo egizio di Torino, vengono etichettate come “Fondazione Museo delle Antichità Egizie“? Me ne sono accorta solo ieri, leggendo le didascalie delle opere alla mostra romana su Cleopatra, ma ho capito che è prassi oramai da quando la Fondazione esiste e cioè dal 2004. E allora qualcuno mi deve spiegare perché proprio non capisco. Le opere, fino a prova contraria, sono di proprietà dello Stato italiano e cioè di tutti noi. Quando è stata costituita la Fondazione, che è uno “strumento di gestione museale a partecipazione privata“, tali opere sono state concesse dallo Stato “in uso” alla Fondazione per trent’anni. Quindi le opere sono rimaste di proprietà statale, ma a gestirle non è più una rappresentanza dello stato, nella fattispecie una Soprintendenza, bensì la suddetta Fondazione.

In genere, però, il gestore delle opere non appare nelle didascalie. Lì in genere si palesano la proprietà e la collocazione delle opere. Per esempio, del Toro Farnese si dice che è al Museo Archeologico Nazionale di Napoli senza citare la Soprintendenza archeologica che lo gestisce. Allo stesso modo il Trono Ludovisi sta al Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps, di cui nessuno si sognerebbe di citare il gestore e cioè la Soprintendenza archeologica di Roma. Perché dunque non si dovrebbe dire anche, semplicemente e chiaramente, Museo delle Antichità Egizie di Torino?

Un amico mi ha ricordato che non tutti i beni del Museo Egizio sono gestiti dalla Fondazione, perché alcuni sono ancora a gestione ministeriale e saranno trasferiti alla Fondazione a breve. Dunque la precisazione nelle didascalie servirebbe a chiarire se quell’opera è già gestita dalla Fondazione oppure no. Ma ciò non aiuta a chiarire il mio dubbio: perché in genere il gestore non appare nelle didascalie delle opere, mentre nel caso della Fondazione sì? Che cos’ha la Fondazione di così speciale da figurare di fatto come un proprietario? Perché questa è la conclusione a cui giunge chi non sa tutta la storia (cioè la maggioranza della gente). Perciò vi prego, trovatemi una spiegazione. Trovatemi una storia plausibile e capace di fugare ogni possibile e vago sospetto, che dietro quel gioco di parole ci sia in realtà un trucco.

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1265066_660775543935034_486974671_oNon frequentavo un caffè, fino a ieri. Non avevo l’abitudine di andare al caffè, bere qualcosa, passare del tempo, parlare con chi passa di lì. Dicevo che per me non era importante, che era perdita di tempo e basta, ma non era vero. Perché quando in giro per il mondo trovavo un bel locale dov’è un piacere sedersi sorseggiando un caffè, e magari chiacchierando del più e del meno col cameriere o coi vicini, ci andavo subito. La verità è che vicino ai luoghi dove ho abitato, non c’è mai stato un bel caffè.

Poi però ha aperto Homebaked a pochi passi da casa mia e adesso addirittura esco apposta, se non sono già per strada, per andare al caffè. Per salutare Jesse e Carolina che sono splendidi, oltre a essere ottimi cuochi: lei fa dolci superbi (con le ricette segrete della mamma di Jesse) e lui cura il salato. Ma più del cibo stragenuino e buonissimo, conta il sorriso con cui ti accolgono, la disinvoltura con cui ti fanno sentire come a casa. Siamo già in parecchi ad aver battezzato Homebaked la nostra seconda casa: si sta creando una piccola comunità, vai lì e sai che troverai qualcuno. Troverai Eugenio che fa l’infermiere ed è napoletano, e aspettava da mesi l’apertura del nuovo caffè perché per lui andare al caffè è cultura, è vita, e Homebaked gli ha cambiato la vita.

561538_1406188126269684_640986570_nHa ragione, Eugenio: noi siamo fatti per andare al caffè. Per discutere, ragionare assieme ad altri, condividere le nostre idee ed emozioni del momento con altri. Non a caso i greci sono sempre al caffè: giovani e anziani, tutti. Noi latini, invece, abbiamo un po’ perduto l’abitudine e ci pare quasi una cosa da vecchi, da “quattro amici al bar”. Così abbiamo dovuto pensare un’alternativa: i festival sono anche un’alternativa al bar. Ci si trova tutti in piazza, accomunati non da vicinanza geografica ma di curiosità e sentimenti. Ieri Massimo Cacciari, nel presentare il suo Festival della Politica di Mestre, ha parlato anche in generale del “fenomeno tutto italiano dei festival”. Beh, non è proprio solo italiano ma è vero che in Italia i festival si sono moltiplicati come in nessun altro luogo al mondo. E la gente ci va e continua ad andarci. Anzi è sempre di più, nonostante la crisi. Il perché, caro Cacciari, è semplice e si chiama agorazein: il bisogno di uscire, andare in piazza, incontrare gente e ragionare di tutto con altra gente. E’ il fondamento della politica. Noi restiamo anche in casa a leggere i nostri libri, non è vero che non lo facciamo, ma poi dobbiamo condividerli con altri, no? Chiuso un libro si pensa e si discute, non si può passare subito come automi a un altro. Allora si esce e si va in piazza, si va al festival. O al caffè.

A proposito, Homebaked è a Roma a Monteverde Vecchio, in via Fratelli Bonnet 21. Venite, se siete da queste parti e se vi va. Ci beviamo assieme un buon caffè.

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20130811_pedonalizzazione

Eh sì, continuano ad accadere miracoli in questo strano agosto italiano. Si continua a parlare di monumenti, di risorse culturali, creatività. Anche sotto l’ombrellone o tra le alte cime. Ci si domanda perché Pompei inesorabilmente langue, mentre la mostra sulla città vesuviana del British Museum registra uno dei maggiori incassi di tutti i tempi: la risposta sorge immediata e persino banale al punto che parrebbe quasi inutile parlarne, ma va bene anche così. Ci si accorge poi di chi truffa i poveri turisti in coda agli Uffizi, ai Musei Vaticani o al Colosseo, offrendo loro di saltare la fila e guadagnare tempo, ovviamente a caro prezzo. Beh, ci sono da sempre ma va bene che qualcuno finalmente ne parli e ne faccia un tormentone com’è accaduto nei tiggì dei giorni scorsi. In tivù si è parlato anche a lungo di Pompei, di Venezia e Firenze. Persino in una trasmissione ad hoc sulla rete ammiraglia della Rai dal titolo Petrolio. Apriti cielo si è scatenato il delirio tra gli addetti ai lavori duri e puri: è mai possibile che in questo povero stivale, non si possa parlare di certi argomenti senza rivangare i soliti cliché triti e ritriti? senza urlare che le nostre meraviglie ci dovrebbero arricchire, visto che ne abbiamo più di chiunque altro al mondo? In realtà il tono e il messaggio della trasmissione sono parsi molto più equilibrati dei suoi slogan: si è parlato di buona gestione di bellezze che ci appartengono, che raccontano noi e il nostro passato, e perciò dobbiamo tutelare e far conoscere il più possibile. Anche con una politica turistica adeguata che, nel rispetto di tutti, consenta a noi di campare e di avere le risorse per mantenere in buona salute cotali bellezze. Nulla di più sofisticato, ma quanto basta come messaggio d’agosto. Peccato davvero per quella parola “petrolio” che sarà anche parte del nostro immaginario collettivo e dunque comunicativamente pregnante, ma oramai è pure fuori moda, puzza, inquina e si sta esaurendo.

Pare quasi che non ci meritiamo, o non ci vogliamo meritare, tutte le belle novità di questi ultimi tempi. Un Ministro che pare voler finalmente osare quel che nessuno ha mai osato prima, cioè riformare il Ministero. Prima di Ferragosto ha nominato due commissioni di esperti ed è dunque solo all’inizio, però bisogna pur cominciare no? Lo stesso dicasi per il Sindaco di Roma che, seppure in forma più caotica, pare seriamente intenzionato a ridisegnare tutta l’area dei Fori fino all’Appia antica, a pedonalizzare il Tridente e molti altri luoghi nevralgici della città, a rivoluzionare trasporti pubblici e viabilità. Vi pare poco? Ha appena cominciato, ha fatto qualche errore e ne farà altri, ma per carità sosteniamolo e diamogli fiducia! Sappiamo tutti che via dei Fori Imperiali è sporca, non ci sono servizi pubblici né bar e vi regnano sovrani gli ambulanti. Però è così da sempre, non da oggi. Perché dunque denunciare oggi come ha fatto Italia Nostra? Che peraltro sa bene che, con la pessima legge regionale vigente, gli ambulanti non si possono cacciare da un giorno all’altro perché devi dare loro una collocazione equivalente, così se li sposti dal Colosseo li devi piazzare al Pantheon, a piazza di Spagna o piazza Navona. Serve dunque una soluzione diversa e serve un po’ di tempo per trovarla, visto che chi c’era prima non ha mosso un dito. Italia Nostra, da che parte stai?

In fondo però tutto questo è nulla di fronte alla possibilità di trovarci, domani o tra qualche giorno, senza governo e ripiombati nel caos. Allora sarebbe proprio vero che non ci vogliamo meritare le belle novità e i promettenti inizi. Non sia mai che toccherà ricordarle solo come belle e insolite vampate d’agosto.

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Cosa dice l’immagine qui sopra? Mostra un palazzo che pare tanto il Palazzo Ducale di Venezia, e gente che discute con vesti e berretti “frigi” di chiara origine orientale. È forse un’ambasceria al Doge? No perché il doge non porta la corona e neppure quella lunga barba. Nossignori quello è un re vero e proprio, Priamo signore di Troia, che discute coi suoi saggi la difesa della città; e l’immagine è una delle 187 miniature che illustrano un testo in latino sulla conquista di Troia redatto a Venezia verso la fine del Trecento. È parso logico, all’“editore” veneziano, far dipingere la reggia del grande re come il magnifico palazzo appena costruito in città. Ha scritto anche delle note per l’illustratore a margine del testo: il re deve trovarsi “in lo so palazzo in una gran sala” e deve avere “le gran barbe”. Tutto insomma è studiato per far rivivere le famose vicende troiane nel mondo noto ai veneziani di allora; per far capire il senso della vicenda, usando le conoscenze diffuse. È in fondo il segreto di ogni buona comunicazione: trasmettere l’ignoto attraverso il noto; catturare l’attenzione facendo leva su ciò che è familiare. Si fa da sempre, anche nella Venezia del XIV secolo.

È proprio vero che i libri li fanno i lettori. Ogni lettura regala ai libri una vita diversa. Ogni manipolazione dell’oggetto-libro lo trasforma in oggetti sempre diversi. Sì, beh, ne abbiamo già parlato giorni fa raccontando la storia di Plautilla, la prima bibliolibreria d’Italia. Ora però, grazie a un articolo di Stefano Salis sull’ultimo Domenicale del Sole 24 ore, scopriamo una mostra sul libro veramente imperdibile: Le lecteur à l’oeuvre, alla Fondazione Bodmer a Ginevra fino al 25 agosto. (altro…)

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intestazioneweb_PlautillaPlautilla Bricci fu architetta di fama nella Roma seicentesca, ma proprio perché donna nessuno la ricorda più. Nel quartiere romano di Monteverde Vecchio, vicino alla villa del Vascello che Plautilla edificò, c’è una via intitolata al fratello Basilio, anch’egli architetto, ma non c’è nulla per lei. O meglio non c’era, perché da gennaio scorso Plautilla è rinata a nuova vita dando il nome a una bibliolibreria, la prima in Italia, che si è già imposta come luogo d’incontro nel quartiere. Chi vuole porta libri, e chi vuole li porta via senza spesa alcuna: basta che faccia vivere e circolare i libri. E ancora chi vuole va lì a seguire corsi di poesia e traduzione, e conferenze su tutto un po’, ma soprattutto a ragionar di libri, secondo il programma del gruppo di lettura Monteverdelegge. L’anno scorso il gruppo ha anche coinvolto l’intero quartiere in una riflessione su Ragazzi di vita di Pasolini terminata con una lunga maratona di lettura. (altro…)

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enzo-jannacci-e-lucio-dalla“Io e te, io e te che ridevamo
io e te che sapevamo
tutto il mondo era un bidone da far rotolare..
sì perchè, la bellezza dei vent’anni è poter non dare retta
a chi pretende di spiegarti l’avvenire, e poi il lavoro e poi l’amore..
sì ma quì, che l’amore si fa in tre, che lavoro non ce n’è
l’avvenire è un buco nero in fondo al dramma
Sì, ma allora, ma che gioventù che è, ma che primavera è..
e la tristezza è lì a due passi, e ti accarezza e ride, lei”
Enzo Jannacci 1975

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