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Posts Tagged ‘Clelia Mora’

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Un convegno sulla Cappadocia. Bello! Su tutto ciò che noi italiani abbiamo fatto e facciamo per quel luogo così unico e incredibile, e che pochi conoscono. Ancora più bello!

Lo organizza Clelia Mora all’Università di Pavia che parlerà dei “suoi” Ittiti in Cappadocia, delle sue ricerche laggiù che stanno mostrando come lì vi fu un regno prospero anche dopo il crollo del grande impero, e ragionerà forse delle storie narrate su quel regno dagli storici greci, d’incerta verità. Sono di parte e lo ammetto: in gioventù ho sudato sui cunei ittiti e proprio a Pavia. Li ho abbandonati, sia gli Ittiti che Pavia, colpevole: ma il primo amore non si scorda mai.

Poi c’è la Cappadocia cristiana e dei Padri della chiesa, quella più famosa che tutti conoscono, e che Maria Andaloro dell’Università della Tuscia indaga da anni. Ricordo una bella giornata viterbese dedicata tutta alla Cappadocia, anni fa. Lì ho conosciuto il fotografo Rodolfo Fiorenza, amico di Maria, e ho ammirato la sua visione della Cappadocia: pietre che disegnano geometrie sinuose, e che nel movimento quasi parlano, tanto paiono animate. Discutendo con lui, però, e con i giovani fotografi che in Cappadocia hanno seguito i suoi consigli, è emersa soprattutto la gente che abita quelle pietre e le custodisce da secoli. Anche le antiche chiese ricche di pitture, anche se quella gente oggi è musulmana. Ma è nata e cresciuta lì, e tanto basta. La vita tiene in vita. Quando invece le pietre sono abbandonate, come in Cappadocia è accaduto a Zelve fatta evacuare dall’Unesco, allora cominciano i guai e l’incuria distrugge ogni cosa. Quel giorno avevo promesso a Maria che sarei presto andata a trovarla in Cappadocia, ma per motivi diversi non l’ho ancora fatto e mi dispiace molto. Nel frattempo Rodolfo ci ha lasciati, nel marzo dell’anno scorso, e anche con lui mi rammarico di non aver trascorso più tempo. Ci sono però le sue foto a parlare di lui: chi l’ha conosciuto lo capisce, le sue foto sono vive perché in ogni scatto metteva tutto se stesso. Ecco, da quel giorno a Viterbo, e specie dopo la sua dipartita, se sento Cappadocia vedo Rodolfo. Vedo l’anima dentro ogni cosa. È un ricordo felice.

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