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Posts Tagged ‘Unesco’

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I particolari saranno rivelati venerdì a un convegno dell’associazione Bianchi Bandinelli, ma già qualche anticipazione è stata offerta ieri da Repubblica: l’assessore all’urbanistica di Roma Giovanni Caudo ha un suo piano per il grande cuore della città. Un piano che prevede la demolizione immediata di via dei Fori imperiali da piazza Venezia a largo Corrado Ricci. Dice di aver studiato le analisi delle commissioni congiunte Stato-Comune che si sono riunite negli anni passati, ma che non l’hanno convinto. Così si ricomincia daccapo in questa Italia avezza a sprecar fatiche. In realtà pare che Caudo torni papale papale all’idea anni ’70 di Leonardo Benevolo, sostenuta da Adriano La Regina e sposata poi da Antonio Cederna: l’idea dell’immenso parco romano che dai Fori attraverso la via Appia giunge fino ai Castelli. Un’idea rivoluzionaria per quegli anni in cui a Roma si costruiva sempre più, in barba a tutto. E comprensibile per i retaggi antifascisti di cui era imbevuta.  Ma un’idea oramai datata, a nostro avviso. In quarant’anni il mondo e la città sono cambiati, e le idee e i modi di vivere sono cambiati. Allora il sindaco Petroselli aveva allontanato le auto da sotto il Campidoglio e dalla valle del Colosseo, ma non era riuscito a fare di più, ed è vero che via dei Fori imperiali ha continuato a fungere da autostrada cittadina. Però perché abbatterla ora? Perché è fascista? Ma anche il fascismo è parte della storia di Roma, nel bene e nel male. Anche quel che facciamo oggi è e sarà storia, e proprio per questo dovremmo agire con molta attenzione. (altro…)

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“Hanno vinto i Longobardi!”, giungono a ripetizione messaggi da Rovereto, dalla Rassegna del cinema archeologico di Rovereto appena conclusa. Ha vinto il film che Luca Peyronel e la sua squadra del laboratorio Archeoframe dell’Università IULM di Milano hanno realizzato con garbo e sensibilità rari. Non era facile rappresentare in un unico film tutte le varietà di paesaggi e idee racchiusi nel “sito seriale” Unesco “L’Italia dei Longobardi”, che è anche il titolo del film. Non era facile trovare e seguire un filo unitario ma ce l’hanno fatta. Prima di loro, però, ce l’ha fatta l’Associazione Italia Langobardorum che sa far vivere e prosperare un sito Unesco veramente anomalo. La candidatura è nata racattando luoghi su e già per lo stivale, per acquisire forza, ma sarebbe stato facile dispedere le energie una volta ottenuto il bollino Unesco. E invece continuano a lavorare e a far viaggiare gente, ragazzi, idee. Inventano modi sempre nuovi di farsi conoscere e collaborare. Dal santuario di San Michele in Gargano a Brescia, da Cividale a Benevento. Il film, che registra l’ultima apparizione pubblica di Vincenzo Cerami ed è anche per questo prezioso, è solo una delle tante iniziative che hanno in campo. Ma non voglio ripetere quel che ho già scritto per il Domenicale del Sole 24 ore all’indomani dell’anteprima estiva del film. Riporto qui di seguito il mio breve commento di allora. Buona lettura. (altro…)

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La 37° riunione annuale dell’ UNESCO (Phom Penh, Cambogia, 18-27 giugno) si è rivelata un altro successofig. 4 per il nostro Paese che, in assoluto, ha il più alto numero di siti (49 su 961) inseriti nella lista «patrimonio dell’Umanità». Le new entries sono: l’Etna e le ville medicee (12 ville e due giardini); inoltre l’archivio LUCE è ora parte dell’archivio della memoria del mondo. Ma non fa in tempo a calare il sipario sul meeting che scoppia la bomba…

L’altolà è lanciato dallo stesso organismo internazionale al nostro Paese affinché prenda provvedimenti sulle condizioni di Pompei. In una relazione stilata già a gennaio, a seguito di un sopralluogo, si chiede al Governo italiano di adottare, entro il 31 dicembre 2013, idonee misure contro il degrado del sito; l’UNESCO si riserva di esprimere le sue valutazioni entro il 1 febbraio 2014 e di rinviare ogni successiva decisione al Comitato (altro…)

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L’ultimo allarme riguarda Antinoe, la città costruita dall’imperatore Adriano sulle rive del Nilo nel nome dell’amato Antinoo, che aveva perso la vita nel fiume non lontano da lì. Negli ultimi mesi, gli abitanti di ciò che resta dell’antica grandezza, il villaggio di Sheikh Abada, hanno costruito case e cimiteri moderni sulle rovine, hanno spianato colline coi bulldozer per ricavare materiale edilizio, stanno coltivando campi, e soprattutto saccheggiano ogni cosa. Oggetti e papiri di Antinoe furoreggiano nel mercato nero, come denuncia con un dossier in rete l’americano Jay Heidel che collabora agli scavi di Antinoe diretti da Rosario Pintaudi dell’Istituto papirologico Vitelli di Firenze. Le necropoli, l’ippodromo della città e ampi tratti delle mura, quasi non si vedono più, mentre le buche dei tombaroli costellano a centinaia il paesaggio. (altro…)

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Non v’illudete: Stabia sarà veramente sveglia solo quando riaprirà finalmente il suo museo e chi vorrà visitare le ville antiche non dovrà fare un lungo percorso a ostacoli rischiando di essere investito, o d’inciampare tra la monnezza, o d’attraversare un pollaio. Quell’ora non è ancora giunta ma qualcosa pare muoversi. Giorni fa si è aperta una mostra, Stabiae svelata, che la Soprintendenza ha organizzato assieme al Comitato scavi di Stabia per mostrare quanto (poco, ndr) è stato fatto negli ultimi anni per l’archeologia della città. All’inaugurazione la soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro ha detto che la realizzazione del Museo archeologico di Stabia è uno dei suoi impegni prioritari. L’ha detto scandendo le parole, come riporta Repubblica del 10 novembre scorso, e noi proviamo a crederle anche se siamo usi badare ai fatti e molto poco alle parole. Sapete che l’antica Stabiae, quel luogo fantasmagorico dov’erano ville da favola, dove Plinio morì colto dall’eruzione del Vesuvio mentre passava la notte a casa di un amico, non è neppure nella lista Unesco? Pompei, Ercolano, Torre Annunziata ci sono, ma Stabia no perché è troppo “impresentabile” per l’Unesco.

A Stabia però, più precisamente nella moderna Castellammare di Stabia, c’è anche qualcuno che parla poco e lavora. Che avrebbe fatto anche molto di più per la città antica e moderna, se si fosse trovata un’intesa tra pubblica e privato. La Fondazione Restoring Ancient Stabiae ha da tempo un progetto di parco archeologico nel cassetto, e nel frattempo porta in giro per il mondo gli affreschi stabiani altrimenti chiusi a chiave nel museo che non c’è. Li ha portati in America, in Russia, in Cina e in questi giorni sono a Rio de Janeiro per la mostra Além de Pompeia, organizzata in ricordo dell’imperatrice Teresa Cristina Maria di Borbone, sorella di Ferdinando II e archeologa, che tante cose antiche portò con sé in Brasile diffondendo anche lì la conoscenza delle antichità vesuviane. Ovunque vada, la Fondazione trova sostenitori interessati a finanziare restauri di ulteriori dipinti. Così quando il Museo di Stabia finalmente riaprirà, dovrà ringraziare anche loro. Ed è sempre grazie alle convenzioni che la Fondazione stipula con istituti di ricerca del mondo, che équipe internazionali lavorano con continuità negli ultima anni alle ville di Stabia, portando ogni anno i risultati ai convegni della Fondazione: il prossimo sarà dal 30 novembre al 1 dicembre 2012. Dunque a Stabiae c’è tanto fermento, tantissimo da fare, ma anche tanta gente desiderosa di fare sulle orme di quel Libero D’Orsi che negli anni Cinquanta del secolo scorso portò caparbiamente alla luce le prime ville. Dovrebbero solo collaborare, organizzarsi per un bene e un vantaggio comune. Pare facile a parole, ma noi speriamo che prima o poi lo sia anche nei fatti.

Effe

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Era scontato ma non del tutto: dal 29 giugno scorso la Chiesa della Natività di Betlemme è entrata a far parte della lista del Patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Per una volta, siamo felici di tale riconoscimento e festeggiamo assieme agli abitanti della città. L’Unesco ha pagato caro l’ammissione della Palestina tra i suoi membri, nell’ottobre scorso: gli Stati Uniti e Israele hanno sospeso i loro finanziamenti privandola del 22% delle entrate. Ma l’Unesco ha tenuto duro e ha persino avviato la procedura d’urgenza per inserire il primo sito Palestinese nella prestigiosa Lista durante la riunione appena conclusa a San Pietroburgo.

E’ ovvio che Betlemme non risponde affatto ai requisiti per entrare nella Lista, e infatti la commissione di esperti che l’ha valutata ha emesso un parere negativo. Ma non importa perché questa è una decisione “totalmente politica”, come ha tuonato Benjamin Netanyahu. Una decisione che prova ad aprire un po’ al mondo una città pesantemente divisa dal muro d’Israele,  sempre più minacciata e quasi soffocata dagli insediamenti israeliani e pericolosamente isolata, benché si trovi a pochi chilometri da Gerusalemme. Per una volta, la trita retorica dell’Unesco è messa a servizio di una buona causa: è un messaggio chiaro della comunità internazionale contro i muri di ogni natura e le interminabili ore di coda ai check-point, e un argine concreto all’espansionismo dei coloni israeliani. Per una volta, persino la tanto decantata speranza che il bollino Unesco “porti più turisti” non ci pare mera follia commerciale fine a se stessa. E infatti anche la Cusatodia di Terrasanta e i patriarcati ortodosso e armeno, che da secoli si dividono e contendono la gestione della chiesa, e non guardavano con favore a un’intromissione secolare, si sono adeguati riconoscendo a Cesare Unesco quel che gli spetta.

Effe

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Lo sapevamo, lo abbiamo sempre saputo anche se non l’abbiamo mai visto. Ma tutta la retorica montata dall’Unesco attorno al ricostruito ponte di Mostar, simbolo della riconciliazione tra le fazioni sulle due sponde del fiume, non ci è mai piaciuta. Odorava di buonismo artefatto lontano mille miglia. È vero che i monumenti sono simboli, ma la guerra di Bosnia non si può liquidare in un monumento-simbolo, e per giunta quello pareva il simbolo di una riconciliazione più imposta che voluta. Perché questo raccontavano le storie che ci giungevano dalla città: una città ridotta a mercato per turisti, svilita e oramai finta. Disneymostar. Anche una nostra lettrice, Paola Comacchio, commentando tempo fa un nostro post, ha parlato di mercificazione della città. E ha parlato dell’arrogante campanile della chiesa francescana, ricostruito molto più grande del precedente perché doveva superare in altezza tutti i minareti. Paola ci ha detto insomma che la guerra tra chiese e moschee, comune a molti luoghi dei Balcani, continua a essere a Mostar più violenta che altrove. L’esatto contrario della riconciliazione che il ponte dovrebbe simbolizzare.

Ora giunge uno studioso bosniaco a illuminarci ulteriormente sull’uso e abuso attuale del ponte di Mostar. Dragan Nikolić, nella sua tesi in etnologia recentemente discussa all’Università di Lund (Three Towns, two Bridges and a Museum. Memory, Politics and World Heritage in Bosnia and Herzegovina) ci spiega come su quel ponte la gente vada invece a rinfacciare alla parte avversa le sue colpe. Piuttosto che simbolo di riconciliazione è luogo che, per il suo stesso esistere, rinnova l’odio. È diventato emblema delle vittime e di una gara assurda a chi ha sofferto di più. Un’arma in un conflitto che non è ancora completamente risolto.

Nikolić ci fa capire come la realtà delle cose sia spesso diversa da come la politica e la comunità internazionale la immaginano. L’atteggiamento dell’Unesco e del governo bosniaco pare ancora legato a una mentalità coloniale dura a morire, una volontà di imporre la propria visione delle cose perché giudicata corretta per default. Nikolić afferma chiaramente che, secondo lui, le strategie e le politiche Unesco dovrebbero cambiare perché sono totalmente avulse dalla realtà. Che dovrebbero essere più attente ai mutamenti in atto nel mondo, specie in terre martoriate come la Bosnia Erzegovina, e agire in sintonia e a vantaggio della gente che nei luoghi vive. È quel che anche noi andiamo ripetendo da anni se non da decenni. Ma sappiamo bene che all’Unesco (e a tutte le organizzazioni internazionali in generale) non interessa proprio.

Effe

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Sì certo. Perché preoccuparsi tanto della luna, se non siamo capaci di tutelare neppure ciò che abbiamo in casa? Però anche il primo piede umano sulla luna, quel dì di luglio del 1969, è parte importante della nostra storia. Una grande conquista dell’umanità. Le orme di Neil Armstrong sul suolo del Mare della Tranquillità non hanno un valore troppo diverso da quelle di Laetoli. E ora il tanto sbandierato turismo spaziale potrebbe danneggiarle e persino cancellarle. Così finalmente Beth O’Leary, antropologa della New Mexico State University, è riuscita a stimolare l’interesse della Nasa per la questione. Ci provava da oltre un decennio ma senza successo, mentre ora finalmente la Nasa ha pubblicato delle “raccomandazioni” che invitano a tenersi lontani 75 metri da quel luogo, e addirittura 225 metri dal luogo dell’atterraggio dell’Apollo 17. Tutta l’Odissea della O’Leary è raccontata dal New York Times ed è lettura che merita. La luna non è molto diversa da tutti quei luoghi del pianeta che non appartengono a nessuno Stato sovrano e dunque nessuno li può tutelare. Per i mari, l’Unesco ha penato anni per mettere d’accordo più Stati possibile sul testo della Convenzione per la protezione del patrimonio culturale sommerso, che non riesce però ad agire con la forza auspicata. Ci sono poi i luoghi di interesse storico nella terra palestinese che fino a qualche mese fa nessuno era titolato a iscrivere nella lista Unesco perché la Palestina non vi era riconosciuta. E poi l’Artide e L’Antartide.

Se vogliamo ancora attribuire al “patrimonio dell’umanità” il suo significato e valore pieno senza farne una mera questione politica, bisognerà prima o poi superare l’ottocentesco vincolo al potere degli Stati sovrani. Non so dire in che modo ma si dovrà fare. C’è l’universo intero a disposizione di predatori senza scrupoli. E non saranno certo delle semplici raccomandazioni della Nasa, per quanto autorevoli, a fermarli.

Effe

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L’hanno lanciato l’Istituto italiano per gli studi filosofici e l’accademia Vivarium novum, una sorta di hortus conclusus dove si studiano i classici e si parla solo in latino. Sul loro sito web ci sono tante foto di luoghi ameni e persone felici: peccato che siano tutti solo uomini. Non c’è una donna neppure se la si cerca col lanternino. Il testo dell’appello è infarcito di rimandi agli “uomini colti” che fa tanto inizi Novecento ma tant’è, l’intento è buono e il senso dell’appello condivisibile: come pensiamo noi, cittadini dell’Europa del XXI secolo, di guardare al futuro se ignoriamo la nostra storia? Stiamo pericolosamente perdendo il legame con la nostra terra, che è anche fatta delle lingue latina e greca. Dobbiamo recuperarlo a ogni costo. Tutti noi, non solo i pochi “colti”. Diffondere latino e greco è opera altamente civile e democratica, in vista di un futuro migliore per tutti. E di questi tempi, ce n’è bisogno più che mai.

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